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Le reazioni del Giappone tra emozione e cultura

di Alessio Cimarelli

SPECIALE TERREMOTO – CERCARE DI COMPORTARSI COME UN GIAPPONESE

Foto di John Russo

John Russo, ricercatore presso l'Institute of Industrial Research della Tokyo University (credits: www.johnrusso.webege.com)

In questi giorni di allerta continua, tra scosse di terremoto, devastazioni dovute allo tsunami e paura di un possibile incidente nucleare, ciò che colpisce è anche la reazione del popolo giapponese, che si trova di fronte all’evento catastrofico per cui è pronto da sempre, ma che oggi lo sta mettendo a durissima prova. È sempre difficile rendere lo spirito di una nazione a chi non ne ha mai avuta un’esperienza diretta: ognuno si sofferma e si basa sulle proprie conoscenze scientifiche o sulla propria pluriennale esperienza di vita giapponese, ma le parole di John Russo, giovane ricercatore da pochi mesi a Tokyo per lavoro, possono aiutarci a comprendere il Giappone di questi giorni, perché riflettono il punto di vista di un europeo ancora in piena esplorazione di quel paese.

John è un vero cittadino europeo: italiano, nato in Germania e con la doppia cittadinanza italiana-inglese, ha conseguito il dottorato di ricerca in fisica all’Università Sapienza di Roma e da pochi mesi è in Giappone, nei laboratori dell’Institute of Industrial Research dell’Università di Tokyo. Si trovava proprio in laboratorio venerdì scorso, quando la tremenda scossa al largo delle coste dell’isola di Honshū ha sorpreso lui e i suoi colleghi. Dopo un fine settimana in cui è accaduto di tutto, tra un blackout più o meno programmato e un altro, John ci offre la sua visione della psicologia del Giappone, delle sue reazioni, speranze e paure e del perché per ora ha deciso di rimanere accanto ai propri colleghi e amici.

Una questione a cui i giornali nostrani hanno dato molto risalto è la compostezza quasi incredibile dei giapponesi nei confronti di un disastro come questo terremoto…

È assolutamente verissimo. Io me lo spiego con il fatto che i loro addestramenti, anche psicologici, nei confronti dell’eventualità di un terremoto cominciano da piccolissimi. Tutti i miei amici giapponesi mi raccontano che fin dalle elementari ci sono le esercitazioni anti-terremoto, che insegnano loro ad andare sotto i banchi… è un assillo continuo che hanno, non abbassano mai il livello di guardia. I terremoti sono abbastanza frequenti, da quando sono qui ne ho già sentito qualcuno. Mai niente di preoccupante, però sempre come una sorta di campanello di allarme che ti ricorda che il problema esiste. Dal punto di vista psicologico loro sono molto pronti, sanno esattamente cosa fare, sono quasi addestrati al terremoto. Infatti quando si è avvertito qui, ad esempio, l’evacuazione è stata ordinatissima, ognuno aveva il suo elmetto, quasi come se fosse solo un’esercitazione. Loro ci tengono molto anche a mostrare al di fuori che hanno tutto sotto controllo e che non si lasciano mai andare alla disperazione, anche se poi magari dentro sono giustamente terrorizzati. C’è una sorta di barriera nei confronti degli altri e per loro è molto importante. È un po’ una delle regole della società qui, diversamentre dall’Italia dove basta andare a qualunque funerale e scoppia il finimondo. Qui invece c’è molto più senso della calma e del mostrare un pieno controllo di sé.

Un’altra questione che tiene banco in questo momento è il fatto che, essendo già il Giappone abbastanza in difficoltà economicamente, questo evento potrebbe, se non dargli il colpo di grazia, causargli molti problemi. Qual’è la percezione della popolazione, dell’uomo giapponese di fronte a questa possibilità? Di fronte al futuro?

Guarda, a me sembra che siano rimasti molto disorientati, tanto che a Tokyo c’era molta meno gente durante questo weekend. Sono andato a vedere i principali centri commerciali e si percepiva il clima da post-terremoto: molta meno gente per strada, molti negozi chiusi. Soprattutto perché i grandi magazzini, che qui la fanno da padroni, hanno chiuso a una certa ora a causa del razionamento della corrente. C’è un po’ la percezione che si è ancora in uno stato di emergenza, però è anche vero che si trova benissimo anche tanta altra gente che continua la sua vita normalmente. Che va avanti nonostante le notizie. Sicuramente oggi [lunedì, ndr] era già tutto aperto, in qualche modo a Tokyo c’è un po’ di voglia di normalità, penso che questa sia più o meno la reazione generale. Ad esempio tra i colleghi giapponesi non ho mai visto disperazione, erano tutti molto controllati e non ho visto nessuno che si è lasciato andare o cose di questo genere. A volte la società giapponese sembra un po’ spersonalizzata, a volte vedi che non affiorano molto le emozioni, ma penso che sia sempre così, anche in queste occasioni tragiche. Conta molto quello che fai vedere al di fuori: ad esempio la straordinaria reazione che hanno i giapponesi deriva dal fatto che nessuno vuole farsi vedere in preda alla disperazione. Da questo punto di vista è una società molto basata sulla facciata… non voglio dire che siano superficiali, ma tutto quello che fanno vedere all’esterno è molto importante.

Questo ti avrà colpito molto all’inizio, adesso forse ti sarai un po’ abituato…

Sì. Ha i suoi lati positivi e altri lati per noi un po’ incomprensibili. Il vantaggio degli stranieri qui è che comunque loro non si aspettano che ci comportiamo allo stesso modo… come dire, ci considerano un po’ degli incivili. Scherzo, penso che siano sostanzialmente delle persone molto buone. È incredibile quanto siano gentili, cercano di aiutarti veramente in tutti i modi, magari lo fanno solo per questa facciata, però la gentilezza è veramente una cosa che permea la società ovunque. A volte vado in un ristorante qui a Tokyo e penso a come mi trattano i ristoranti a Roma, con il cameriere che se non ordini in cinque secondi se ne va e si va a fare i fatti suoi o a un altro tavolo. C’è proprio una differenza incredibile. Tutto sommato, almeno come esperienza, come parentesi, il Giappone non è male da vivere.

La questione delle centrali nucleari? Anche questo è uno dei temi importanti di cui si dibatte qui in Europa…

Sì, ho sentito molti giapponesi e anche loro mi hanno detto che non è una buona idea avere il nucleare qui. Nel senso che loro stessi sono molto critici: alcune di queste centrali sono vecchie, anche di 40 anni. Da un lato c’è quindi questo tipo di consapevolezza, dall’altro il Giappone mi sembra sia il terzo consumatore energetico mondiale. Qui di energia se ne usa davvero tanta e probabilmente all’epoca, negli anni ’70 e ’80, quella nucleare era l’unica strada percorribile, visto che il Giappone è praticamente privo di risorse naturali. Anche alla luce di questo disastro è veramente allarmante il numero di centrali nucleari che c’è in Giappone: puoi sempre costruire a prova di terremoto fino all’ottavo grado, però nulla ti garantisce che qualcosa non vada storto e infatti è successo.

C’è preoccupazione per un possibile aggravarsi della situazione, ci si fida delle istituzioni e della comunicazione ufficiale?

L’impressione che ho io è che qui agiscano in maniera molto compatta: c’è molto senso di unità, la gente non è che perde la testa, in generale. Quindi se il capo del governo dice che è tutto a posto e che non ci si deve allarmare, i giapponesi non si allarmano. Almeno la maggior parte, poi, ovviamente c’è sempre gente che ha lasciato la città o cose di questo genere. Quelli che sono più in allarme sono in realtà gli stranieri a Tokyo, probabilmente non si fidano molto delle informazioni che vengono date e posso anche capirli. Se ci fosse una fuga di radiazioni, ad esempio, io spero che il governo dia la notizia, ma provocherebbe non pochi disagi, visto che a Tokyo ci sono 20 milioni di persone ed è impensabile evacuarla. Per adesso io sto dalla parte dei giapponesi, spero che tutte le informazioni siano attendibili e cose di questo genere, ma capisco anche chi per precauzione preferisce quanto meno allontanarsi.

Ma tu come mai non stai ancora pensando di andar via?

Io in realtà sto cercando di raccogliere un po’ di informazioni per capire effettivamente quanto sia grave la situazione. Di quelli del mio laboratorio, nessuno a lasciato la città, o almeno nessuno l’ha detto perché meta di loro oggi non c’erano… Quindi non lo so, tendo ancora a fidarmi, tendo a raccogliere informazioni, per quanto possibile cerco di comportarmi come un giapponese. Anche per rispetto nei loro confronti, per far capire che anch’io condivido questa loro calma e per non trasmetter loro nessun tipo di ansia.

Ascolta l’intervista a John Russo:

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