Controversie, Il marketing dell'informazione, Ritratti

Sul web? È come scrivere in assenza di peso

di Giuseppina Pulcrano

Piero Bianucci. Foto di Maurizio Codogno

INTERVISTA A PIERO BIANUCCI

Ma che cosa sta succedendo nella comunicazione scientifica? A chiederselo è uno fra i più noti e apprezzati giornalisti scientifici italiani, Piero Bianucci, in un post sull’edizione online de La Stampa intitolato “Particella di Dio al Cern. C’è il fumo, non l’arrosto”. Scaturito a seguito del seminario che si è tenuto al CERN il 13 dicembre 2011 sul bosone di Higgs, l’articolo di Bianucci, fra scienziati e comunicatori, ha destato parecchio interesse e anche un certo scalpore. Abbiamo raggiunto Piero Bianucci al telefono per farci raccontare com’è nato quel post e, più in generale, per capire come, dal suo punto di vista, stia cambiando la comunicazione della scienza.

Come giudica, a distanza di qualche settimana, quello che è accaduto il 13 dicembre su al CERN?

«Da un lato saluto con favore questo atteggiamento, sempre più diffuso nella comunità scientifica ma che ha avuto la sua prima apparizione in pubblico con questa conferenza stampa. È un modo di vendere all’opinione pubblica anche il percorso che porta –, o non porta, a seconda dei casi – alla scoperta. Spiegando così un po’ il metodo scientifico anche al cittadino, che normalmente non sa bene come procedono le cose. Dall’altro lato, però, ho avuto anche qualche dubbio».

Che genere di dubbi?

«Il punto è che alla fine i giornalisti si trovano in difficoltà, a rendere conto di questo percorso. Quando vanno in redazione e riportano di aver seguito questa o quella conferenza, la domanda che si sentono fare è: “qual è la notizia?”. Nel caso del seminario del CERN, la notizia è che sono stati messi dei limiti inferiori e superiori alla massa di una certa particella. Il che non è una notizia. Per come sono fatti i giornali oggi, non è una notizia. Questo modo di comunicare la scienza, fatto dagli scienziati, concettualmente è encomiabile, ma nei fatti mette in difficoltà i giornalisti».

E come superarla, questa difficoltà?

«I giornalisti seri hanno come reazione quella di dire: non scrivo niente. Ma se sono andati là per conto di una redazione devono poi spiegare perché non scrivono niente, e diventa imbarazzante. Se invece decidono di scrivere sono costretti a forzare, altrimenti la notizia non viene fuori. E così ci si ritrova ad accentuare, è inevitabile. Ecco allora “la tigre acquattata” di Barbara [Gallavotti, ndr], che conosco benissimo e stimo moltissimo, ma ha dovuto tirare fuori immagini dal suo archivio di salgarista. Senza quell’attacco, sarebbe stato molto difficile “vendere” il pezzo. Quello che io ho cercato di analizzare è questo meccanismo. Dopo di che, devo anche dire, molto sinceramente, che se avessi dovuto fare alla vecchia maniera, scrivendo sulla carta – sul giornale di carta, intendo – non lo avrei fatto così. O non lo avrei fatto per niente, e avrei detto: “ieri hanno dato questa notizia, che non è ancora una notizia di scoperta: è l’annuncio di una possibile scoperta che si avrà entro l’anno, intanto si sta procedendo”. E probabilmente mi avrebbero bocciato il pezzo. O mi avrebbero detto “fai venti righe”, ma ormai la tendenza dei giornali è che se sono venti righe non si dà, perché non è importante. Devono essere titoli di mezza pagina, e quindi sarebbe finita così».

Invece sul web è diverso?

«Nell’online c’è tutta un’altra spontaneità! A parte che sono uscito qualche giorno dopo, mettendolo online il lunedì, quando la notizia era già vecchia. Ma se anche non lo fosse stata, quando si scrive online si è comunque un po’ in assenza di peso. Non in assenza di gravità, che c’è sempre, ma assenza di peso sì. E allora uno va in modo diretto al nocciolo del problema. Così mi sono lasciato andare a immaginare quello che poteva esserci dietro».

E cosa c’è, dietro?

«Ci sono dei gruppi in competizione. C’è che bisogna far vedere che si è in una trincea, e che da questa trincea la meta non è poi così lontana. E in qualche modo si devono pure giustificare i finanziamenti, che devono ritornare sotto forma di scoperte. Quindi, da un lato la competizione verso l’altro gruppo, quello americano, e dall’altro la giustificazione verso i finanziatori dell’acceleratore e degli esperimenti, per dare evidenza che si sta lavorando e che non si è così lontani dalla meta».

Ci sono state ulteriori reazioni da parte degli scienziati, al suo articolo?

«No. So però che non è stato gradito da alcuni. Mi dispiace, perché se c’è uno che ha sempre rischiato di essere accusato di complicità e connivenza con i ricercatori, quello sono io. In realtà, io sono molto affascinato dalla scienza, ne ho sempre parlato bene, ma non per complicità: perché ne sono affascinato io per primo, da questi esperimenti. E quindi non c’è nessun atteggiamento antiscientista, come qualcuno ha voluto far intendere. Ho solo ragionato in assenza di peso, come si può fare scrivendo online. Scrivere online permette una leggerezza che la carta non permette».

Il 21 dicembre scorso, al Museo della Scienza di Milano, c’è poi stato l’evento dedicato a “Lo strano mondo di LHC”: un incontro tra il pubblico e i “magnifici sette”, i sette italiani coinvolti nei diversi esperimenti al Cern. Un grande successo, come riporta INFN. Un tentativo di avvicinare il pubblico alle grandi scoperte, anche le più difficili da spiegare, o c’è anche la voglia di farsi conoscere, di mostrare il volto umano degli scienziati?

«C’è un aspetto di marketing che non mi piace. Detto questo, mi rimangio questa affermazione e dico che, se riusciamo a raccontare questa ricerca, che di per sé è molto astratta, e se riusciamo a umanizzare le persone che la fanno, e sappiamo che queste persone hanno mille aspetti umani interessanti da raccontare, allora va bene. Bisogna però farlo con un certo senso della misura, e bisogna anche essere sicuri del risultato. Non è un’operazione buona o cattiva in sé, ma dipende dai risultati che ottiene. Se si ottiene di “rotocalchizzare” i ricercatori a livello di Novella 3000, allora non è un buon risultato. Se invece si riesce far scoprire che esistono delle persone che passano la vita a cercare una particella che forse non c’è, ma la cui scoperta è un mattone concettuale dentro una teoria, allora mi va bene. Quindi, c’è l’evento mediatico. Poi c’è chi scrive. Se si scrive male, si ottiene il primo risultato. Se si scrive bene, si ottiene il secondo».

7 commenti

[...] per la comunicazione scientifica, Piero Bianucci, giornalista scientifico e scrittore, in una lunga intervista rilasciata a Jekyll è molto chiaro al riguardo: “Non credo che si possa parlare di nuova era. Non è la prima [...]

paolo salucci8/2/2012 alle 3:40 pm

c’e’ un cambiamento epocale , un certo numero di scienzati ha iniziato a gestire la divulgazione in prima persona e spesso e volentieri si approfitta dei media ancora ritenuti imparziali..

Il buon collega Bianucci si rassicuri. L’iniziativa di Milano ha coinvolto direttamente quasi 700 persone, assiepate in due sale. Ha visto oltre 700 contatti singoli per lo streaming. A parlare sul palco c’erano fior di scienziati che fanno normalmente queste conferenze in Europa e fuori, coordinati da una giornalista scientifica giovane, con una lunga esperienza alla radio e dotata di un master in comunicazione scientifica della SISSA. Non mi pare gente da rotocalco. Ne’ da marketing. In ogni caso, non avrei nulla in contrario se il pubblico di Novella 3000, che paga le tasse da cui si prendono i soldi per la ricerca, leggesse qualcosa su LHC e dintorni.

Marco Cagnotti9/2/2012 alle 7:42 am

Bisogna anche precisare che il seminario di dicembre era (anche, ma non solo) una risposta inevitabile a una fuga di notizie in un commento di un blog. Se il CERN non avesse preso una posizione ufficiale, la questione sarebbe rimasta in sospeso, dando adito a un gossip infinito.
M.C.

elisabetta durante15/2/2012 alle 10:34 am

Un ripensamento su come comunicare scienza sta diventando molto importante. E’ in gioco la credibilità del dialogo non solo con i cittadini (sempre più accorti, specie quelli interessati a questi temi), ma anche col mondo economico e imprenditoriale. L’ambiente scientifico -anche quello che fa ottima ricerca- sottovaluta la questione mentre il sistema dell’informazione / comunicazione conta troppi yes men. Spero che Bianucci non allenti la stretta di cui ha dato prova nel primo efficace intervento su La stampa.it. Dell’effetto boomerang di questo giornalismo facile facile siamo convinti in molti.

piero bianucci16/2/2012 alle 3:04 pm

Grazie, amici e colleghi, favorevoli e non. Una cosa soprattutto conta: essere in buona fede. E’ questo, che mi rassicura.

elisabetta durante24/2/2012 alle 12:54 pm

Sì, la buona fede. Eppure sulla questione ‘parallela’ dei neutrini leggo un articolo, ancora su La Stampa.it, che esordisce così: “In fondo, ai neutrini che vanno più veloci della luce non ci aveva mai creduto nessuno”. Come dire che l’annuncio urbi et orbi del 23 settembre è stato fatto in mala fede. O con spudorata superficialità. L’ipotesi più probabile è però un’altra: chi scrive (e chi pubblica) siffatti articoli non si rende conto del significato delle parole.
E’, comunque, un delirio.

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