Nuove fonti

L’informazione non è (ancora) social?

di Marzia Filippetti

CON UN’INTERVISTA A SERGIO MAISTRELLO

Quella del Web 2.0 sarebbe una rivoluzione a metà, stando ai risultati di una ricerca commissionata da  Craig Newman, fondatore di Craiglist, per indagare quale siano i mezzi di informazione ritenuti più attendibili durante le prime battute della campagna elettorale per le presidenziali negli USA. Le risposte degli intervistati (1001 americani suddivisi per appartenenza politica, genere, razza e età) indicano che i giornali tradizionali in formato cartaceo detengono ancora il primato relativo della credibilità (22%) mentre i social network non godono di altrettanta fiducia (solo il 6% del campione li giudica affidabili). Ma non è tutto. Più di un terzo dei partecipanti alla ricerca (il 34%) ritiene che queste fonti abbiano un effetto negativo sulla qualità delle notizie. Insomma, i social arriverebbero ultimi nella corsa all’informazione di qualità danneggiando, per di più, l’intero sistema mediatico, colpevole a sua volta di farne un cattivo uso.

Passi pure la natura circoscritta della ricerca, così come il delicato contesto in cui è stata condotta (non immune a colpi bassi giocati spesso sul web). Eppure, resta legittimo chiedersi se i suoi risultati possono essere esportati alla realtà italiana, sia in termini di attendibilità percepita delle diverse fonti d’informazione, sia nel rapporto tra social network e mezzi tradizionali. Abbiamo posto le due questioni a Sergio Maistrello, giornalista e esperto di new media.

Secondo l’ultima edizione dell’Edelman Trust Barometer cresce, seppur di poco, l’attuale fiducia degli italiani nei media rispetto al 2011. I social network si piazzano agli ultimi posti tra le fonti di informazione, registrando comunque un incremento del 19%. Restano in testa quotidiani, radio e televisione. Italiani troppo affezionati al rito del caffè e giornale?

In Italia la consapevolezza dell’ecosistema di cui ci rende parte la rete è ancora molto bassa, non mi sorprende. Finché non si impara a selezionare i propri “amici” e a costruire consapevolmente reti sociali su misura per i propri interessi e bisogni informativi, l’esperienza dei social media sarà relativamente soddisfacente oppure limitata al campo dell’intrattenimento. Quel che spesso non si vuol capire è che se quel che si legge su Facebook è deludente, non è colpa di chi scrive scemenze, ma di chi sceglie di fruire di contenuti che non sono pensati per lui o semplicemente non rivestono nessun interesse ai suoi occhi. Detto questo, a me riesce difficile trovare motivi di interesse in questo genere di ricerche, che mettono in concorrenza diretta mondi che hanno paradigmi operativi e finalità molto diverse. È come dire: tu preferisci informarti al telefono o leggendo La Repubblica?

Perché dovrebbe stupire che i social network non siano tra le principali fonti di informazione se nascono come luoghi virtuali di opinione e dibattito?

Dire che nascono come luoghi di opinione e dibattito è arbitrario tanto quanto dire che nascono come luoghi di informazione. I social network sono uno dei modi in cui oggi internet ci consente di espandere a dismisura il nostro spazio sociale, in modo peraltro per nulla virtuale. Essendo luoghi frequentati e determinati dalle persone, e per questo caratterizzati da un alto tasso di soggettività, possono essere utilizzati per dare vita a grandi progetti di condivisione collaborativa della conoscenza oppure per prendersi in giro tra amici. Oppure ancora per informarsi, seguendo le tracce di articoli e contenuti interessanti lasciate dai propri amici. Insomma è una questione di prospettiva e di esigenze personali, dove un’attività non esclude l’altra.

Il dato della ricerca americana relativo all’influenza negativa dei social network sulla qualità dell’informazione, può essere imputato alla sempre più superficiale verifica dei fatti da parte dei giornalisti (vedi video-bufala mandato in onda sull’inabissamento della Costa Concordia)? Oppure si tratta di due mondi che, ad oggi, faticano a comunicare tra loro?

Quel dato fa riferimento in modo specifico all’informazione politica in un anno elettorale e negli Stati Uniti, ovvero a un contesto molto particolare che richiederebbe molti distinguo. Il problema, a monte, è che tutto sta diventando sempre più veloce e complesso di quanto siamo pronti ad assecondare, come dimostra buon ultimo anche il caso recentissimo della presunta liberazione di Raffaella Urru. Ne usciamo se ognuno fa del suo meglio. I giornalisti se riscoprono il loro metodo professionale, che valeva sui primi giornali di carta come vale oggi in rete. E i cittadini resi nodi attivi di reti sociali potenti, a cui è richiesta una consapevolezza e una responsabilità per certi versi inedita.

Fare del proprio meglio, appunto. Una sfida per i giornalisti di tutto il mondo, compresi quelli scientifici che non sfuggono alle logiche mediatiche in cui sono incappati i colleghi della cronaca o della politica internazionale. Sarebbe davvero un errore fatale se il giornalismo scientifico si sentisse al sicuro, lì sulla sua torre d’avorio.

Lascia un commento

Il tuo commento