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“I nanopagamenti per monetizzare i contenuti web”. Il giornalista Marco Cagnotti e il lento declino della carta stampata

di Alessio Palmero Aprosio

Abbiamo intervistato Marco Cagnotti, giornalista scientifico freelance ticinese. È direttore di Confronti, mensile del Partito Socialista ticinese, cura le pagine di scienza e tecnologia del Corriere del Ticino e due trasmissioni radiofoniche (Lo sciamano in bicicletta e Quarantadue), tiene un corso di comunicazione scientifica presso l’Università di Pavia e dirige un Osservatorio astronomico, la Specola Solare ticinese. Sempre attento ai temi della comunicazione della scienza, ci parlerà della sua esperienza come freelance, del futuro della carta stampata, argomento che aveva già meritato una dissertazione molto approfondita sul suo blog, e infine dell’utilità dei Master universitari, come quello della Sissa di Trieste, che pubblica il sito web che state leggendo.

Marco Cagnotti, tu sei un giornalista della carta, del palcoscenico, della radio e del Web. Ma come è nata e cresciuta la tua vita da freelance?

Quando cominci a occuparti di giornalismo in generale, e di giornalismo scientifico in particolare, non c’è un cane che ti assume e quindi inizi da libero professionista o come lavoratore esterno delle diverse testate. La scelta della vita da freelance è stata quindi quasi un obbligo, una necessità inevitabile per cominciare. Con tutti i suoi vantaggi e svantaggi. Gli svantaggi sono l’incertezza del guadagno, i compensi molto limitati, lontani da quelle che sono le tariffe previste dall’ordine dei giornalisti. I vantaggi sono invece la totale libertà di gestione del proprio tempo, le molteplici collaborazioni e così via. In questo momento io ho alcuni incarichi da redattore interno a una redazione, con uno stipendio fisso a fine mese. Ho la direzione anche di una rivista. E, nonostante questo, riesco comunque a gestire la mia vita in maniera piuttosto libera perché non sono tenuto a timbrare un cartellino o a essere presente regolarmente in redazione. Posso quindi amministrare la mia esistenza come voglio: se mi piace dormire di giorno e lavorare di notte sono libero di farlo. Riesco così a unire i vantaggi della vita da freelance con i vantaggi della vita da redattore stipendiato. Bisogna dire però che ci sono voluti quasi 15 anni per arrivare a questa fortunata situazione.

Tu sei un giornalista molto versatile: fai radio, tieni un blog di successo, scrivi anche per alcuni giornali. Questa formazione “multimediale” è una sorta di àncora di salvezza in attesa della morte della carta stampata? Che fine pensi farà la carta?

Più che una formazione multimediale, ho un’attività multimediale. Uso diversi mezzi di comunicazione per fare giornalismo, visto che ho lavorato per la televisione, per la radio e per la carta stampata. Non è che mi sono proiettato su mezzi diversi da quest’ultima mosso da chissà quale progetto sul futuro: è semplicemente capitato. L’evoluzione è quella, ti capita l’occasione di fare anche radio, e quindi fai radio. Ti chiamano dalla televisione per fare delle trasmissioni, e quindi ci vai. La mia convinzione riguardo al futuro della carta stampata è che questa non sia morta, ma sicuramente moribonda. È solo questione di tempo: le do non più di altri 20 anni, poi svanirà. Forse non completamente, visto che la parola scritta sulla carta stampata rimarrà sempre come uno strumento di comunicazione, ma resterà alla fine uno strumento di nicchia per prodotti di estrema qualità estetica. In realtà la comunicazione scritta, soprattutto quella giornalistica, quella veloce per la quale è necessario essere rapidi nella risposta e che soprattutto invecchia molto rapidamente, come il quotidiano, il settimanale e perfino il mensile, e spesso diventa rapidamente un incarto per la verdura, è destinata a trasferirsi completamente sul digitale, sul Web o su canali alternativi che comunque sono digitali. Molti sono convinti che la carta non morirà mai e che i diversi mezzi di comunicazione continueranno a coesistere contemporaneamente. L’esempio che fanno, classico, è quella della radio, che avrebbe dovuto uccidere i giornali, e non l’ha fatto. Oppure quello della televisione, che avrebbe dovuto uccidere la radio e i giornali, e non l’ha fatto. Oggi coesistono più o meno bene televisione, radio e giornali. Quindi queste persone pensano: così come coesistono televisione, radio e giornali, adesso c’è anche Internet, che si inserirà sul mercato e coesisterà anche lei. Secondo me, questo è un ragionamento completamente sbagliato. L’esempio non regge minimamente, perché televisione, radio e giornali sono mezzi di comunicazione differenti fra loro. Sono parola scritta, parola narrata e parola narrata insieme alle immagini. La televisione non ha ucciso la radio perché richiede molta attenzione per essere fruita. Non posso, ad esempio, guidare e guardare la televisione contemporaneamente. Però posso guidare, fare le pulizie in casa o stirare ascoltando la radio. Sono mezzi diversi, che sfruttano canali differenti. Nel caso della transizione al digitale, invece, ci troviamo di fronte a una situazione molto più simile alla transizione dallo scritto amanuense alla stampa a caratteri mobili: il mezzo è sempre lo stesso, è sempre la parola scritta. Quello che cambia è il supporto: da un lato la carta, che è lenta, fissa, costosa, non aggiornabile, e dall’altro sempre la parola scritta, ma su un monitor o uno schermo. Che sia poi quello di un computer, di un telefonino o di un tablet non importa: è veloce, rapido, leggero e costa poco. Nel confronto tra i due mezzi, evidentemente la carta è destinata a defungere. Ci impiegherà un po’, perché sono ancora molte le persone che per motivi non razionali, epidermici, dicono di aver bisogno di “toccare” l’oggetto, il giornale, il libro, ma credo che le nuove generazioni nel giro di 20 o 30 anni saranno in grado di superare questa fase e concludere che effettivamente è talmente superiore il supporto digitale rispetto al supporto cartaceo che non c’è confronto.

Spostandosi sul Web, non c’è il rischio che ci si vada a confondere con tutta la massa di informazioni che provengono ad esempio dal citizen journalism? Qual è la tua posizione a riguardo?

Io non credo nel citizen journalism, perché penso che comunque il giornalismo richieda una certa professionalità e una certa competenza. Che deve essere duplice. Ci vuole anzitutto una competenza sui contenuti: bisogna sapere di che cosa si parla per non scrivere idiozie. In secondo luogo, ci vuole una competenza comunicativa, perché non tutti sanno raccontare le cose in maniera efficace. Credo che per questo ci voglia una certa formazione, una certa esperienza: non si improvvisa. Di fatto la comunicazione digitale ci ha messo nelle mani uno strumento straordinariamente potente e straordinariamente democratico. Prima di Internet non era così banale aprire un giornale o una rivista: ci volevano dei capitali. Le riviste autoprodotte, infatti, erano oggetti piuttosto poveri, le fanzine amatoriali erano qualitativamente scarse, anche da un punto di vista estetico. Oggi invece attraverso la comunicazione digitale chiunque può aprirsi una rivista. Non ha bisogno di grossi capitali, visto che sia lo spazio Web sia la banda hanno dei prezzi irrisori. Quindi io, se voglio, apro una rivista on line e me la gioco alla pari con i siti Web dei grandi giornali. E se la mia professionalità è paragonabile a quella dei grandi nomi, me la batto alla pari con loro con le stesse possibilità di successo. Detto sinceramente, vedendo quello che pubblicano nei propri siti Web anche le grosse testate come il “Corriere della Sera” o “la Repubblica”, penso che la mia professionalità sia maggiore di quella di tanti redattori che lavorano in quelle redazioni. Resta il fatto che, proprio perché Internet è uno strumento così democratico, tutti possono approfittarne. Il risultato è però nel Web un enorme rumore di fondo: tutti parlano, tutti raccontano. Ovviamente si tratta di saper distinguere e riconoscere l’informazione di qualità, separandola dal ciarpame. Per questo motivo la redazione tradizionale non è morta. E così il giornalismo.

Tu però parli di redazioni, di formazione, di competenze. Tutte queste cose costano ma non pagano. Come risolveremo questo problema della gratuità dell’informazione on line?

Questa è la magagna più grossa dell’informazione on line. Effettivamente è vero: se ci pensi, fare informazione on line costa pochissimo e abbatte i costi in una maniera spaventosa. Non devo più pagare la carta, i tipografi, la distribuzione. C’è però una cosa che l’editore non può assolutamente sostituire, fintanto che non inventeranno delle intelligenze artificiali capaci di sostituirci senza dover pagare l’affitto e le bollette: è il lavoro, la professionalità dei giornalisti che si documentano, scrivono e confezionano il giornale. Che poi sia cartaceo o sia digitale poco importa. Sappiamo benissimo che gli esperimenti che sono stati fatti per monetizzare l’editoria digitale sono di molti tipi diversi. Qualcuno ha tentato la via del “tutto gratis”, guadagnando con la pubblicità, ma è una strada che non porta molti profitti. Anzitutto la pubblicità non è costante: una crisi economica porta una contrazione delle entrate pubblicitarie anche pesanti e può danneggiare molto le testate. In secondo luogo soprattutto perché la pubblicità on line non permette grandi profitti. Quanti di noi cliccano sui banner pubblicitari? Quasi mai. E, se non clicchi, l’inserzionista non paga e l’editore non guadagna. La pubblicità vende ancora troppo poco. Il secondo canale è la via a pagamento: se vuoi leggere la mia rivista, mi devi pagare una determinata cifra. Questa può essere 1 euro per una copia, 5 per una settimana, 20 per un mese. La mia opinione è che non funziona nemmeno così, perché le cifre in gioco sono troppo grosse. Penso che il problema si risolverà quando diventeranno praticabili non tanto i “micropagamenti” dell’ordine dell’euro, perché a quelli siamo già abituati, visto che paghiamo circa 1 euro un brano musicale su iTunes, ma i “nanopagamenti” di pochi centesimi. Io non sono molto stimolato ad acquistare un fascicolo, anche in versione digitale, di un quotidiano o di un settimanale del quale mi interessa soltanto una parte. Magari mi chiedi 1 euro per l’intero quotidiano, ma a me le pagine di sport o di economia non interessano. Però le devo pagare lo stesso. Credo che il problema del guadagno, dell’utile sulla comunicazione digitale si risolverà quando sarà possibile comprare i singoli articoli, magari per 5 o 10 centesimi ciascuno. Cifre piccole, insomma, perché è chiaro che se mi vendi un articolo a 80 centesimi io non te lo compro. Un articolo venduto a 5 centesimi, invece, può interessare una fascia importante di lettori e secondo me risolverà il problema.

Avvicinandoci di più a Jekyll e alla Sissa: che cosa ne pensi dei Master? Secondo te sono utili per formare alla professione del giornalismo?

Secondo me sì. I Master si rivolgono, in particolare quello della Sissa, a un insieme di persone già formate dal punto di vista dei contenuti. Accolgono delle persone che sono laureate in discipline scientifiche e a queste persone, che non necessariamente hanno delle competenze comunicative, danno anche queste ultime. Non basta sapere le cose: bisogna anche saperle raccontare. In questo senso i Master non solo sono utili, ma addirittura preziosi. Devono essere valorizzati e soprattutto danno una formazione molto eclettica nell’ambito della comunicazione. Io insegno comunicazione in un corso universitario, un modulo didattico di 24 ore, ma avendo uno spazio più ampio e la possibilità di organizzare molti corsi si può dare una formazione più ampia che riguardi ad esempio anche la comunicazione museale, l’utilizzo di radio e televisione, oppure il video come quello che stai registrando adesso per questa intervista. Si può offrire agli studenti una formazione molto più ampia, più vasta e più eclettica, più facile da spendere sul mercato del lavoro.

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