Ritratti

Avere la febbre in India

di Eleonora Viganò

Bambini in attesa fuori dalla scuola. Credit: Eleonora Viganò

Stavo seduta senza capire una parola, guardando le pareti di una casa improbabile, quella di Priya, ragazza indiana di 16 anni.

Avevo la febbre,  ed erano passati solo pochi giorni dal mio arrivo nel Tamil Nadu, il tempo sufficiente per stressare il mio sistema immunitario. La borsa straripante di farmaci occidentali non serviva a nulla senza tachipirina, prendevo un analgesico per calmare qualche dolore articolare, mentre cercavo di resistere con tenacia alla tentazione dell’antibiotico contro tutto.

Intorno a me c’era solo qualche villaggio poco confortante dal punto di vista scientifico. E gli inviti ad andare dal medico che “con una puntura ti sistema” apparivano quasi come minacce.

Non sapevo dove fosse l’ospedale più vicino e nemmeno le sue condizioni (anche se al rientro ho saputo che di notte nelle sue stanze ballano i topi).

L’idea di farmi iniettare qualcosa senza conoscerne il contenuto mi terrorizzava e preferivo resistere, anche se a pensarci bene in Italia non è che chiediamo il principio attivo di ogni cosa, ci fidiamo insomma. Quanta febbre avessi non lo sapevo se non a intuito: io mi toccavo la fronte, Priya e sua madre mi toccavano il collo, mentre il termometro – mi disse Priya – lo ha solo il medico del villaggio.

“E come fate voi quando avete la febbre?” chiedo incuriosita per ricevere almeno un trattamento pari al loro, “andiamo dal medico o all’ospedale, ma non sappiamo il nome dei farmaci che prendiamo”.

Aloysius, il preside della scuola in cui alloggiavo e nella quale cercavo di dare una mano, mi ha accennato al fatto che il medico e l’ospedale hanno un costo, e che spesso ci si cura come si può, con medicine ayurvediche e rimedi naturali.

Anche Priya li usa per il mal di testa, mentre a me ha riservato una bustina per il mal di gola: una sostanza densa che ha un effetto calmante simile a quello di una caramella alla menta o alle erbe.

Ma la cura più efficace è arrivata da sua madre, che mi prepara un ottimo tè leggermente piccante sulla lingua, per via dello zenzero. In un attimo inizio a sudare e la febbre in poco tempo scende, quasi come con la tachipirina, che hanno con premura cercato nelle “farmacie”, porgendo al commesso un foglietto scritto da me con il nome del farmaco, ma senza nessun risultato.

Il giorno dopo sono di nuovo in forma per visitare il Kerala, con più prudenza verso ogni cibo e bevanda, pronta a rifiutare ogni offerta motivandola con la parola “fever”.

Alcuni ragazzi più grandi mi hanno chiesto perché bevessi solo l’acqua in bottiglia e non accettassi i loro ghiaccioli, ma non è stato per nulla semplice parlare di sistema immunitario visto che solo disegni fatti a mano dello scheletro umano o di splendide rane riempivano i loro quaderni di scienze.

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