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Colera Haiti: una gestione difficile della comunicazione

di Dunja Fabjan

Livia Tampellini (Medici Senza Frontiere)

Alla fine dello scorso anno ad Haiti scoppia l’epidemia di colera. Da dove è arrivato e in che modo è stato affrontato dalla popolazione e dalle organizzazioni umanitarie? Ne parliamo con Livia Tampellini di Medici Senza Frontiere.

È passato più di un anno dal terremoto che ha sconvolto Haiti e alla di fine ottobre gli abitanti hanno dovuto affrontare un’altro evento comparso all’improvviso: il colera. Ritornato sull’isola centramericana dopo oltre cent’anni, entro i primi giorni di dicembre aveva causato la morte di 2100 persone e 93000 contagiati. Le organizzazioni umanitarie, pur essendo presenti in modo massiccio sull’isola, hanno avuto difficoltà nell’arginare e contenere l’epidemia in corso come descritto da Medici Senza Frontiere. Tanto da far temere l’espansione della malattia anche nella vicina Repubblica Dominicana. La situazione dell’epidemia è riassunta in questa mappa della Pan American Health Organization.

In che modo è arrivato il colera sull’isola? A novembre scoppiano i primi scontri in cui gli haitiani accusano i caschi blu del Nepal della missione ONU Minustah di aver portato il colera nel paese. Circa un mese dopo, all’inizio di dicembre, viene pubblicata sul New England Journal of Medicine una ricerca in cui si dimostra che il ceppo di colera apparso sull’isola non proviene dal Sud America, come si supponeva inizialmente, ma probabilmente dal Sud Asia. Infine quest’anno l’ONU istituisce una commissione di esperti per determinare la causa dell’epidemia di colera. Come ci ha spiegato Alejandro Cravioto, presidente della commissione e direttore del International Centre for Diarrhoeal Disease Research di Bangladesh (ICCDR,B), il panel di esperti ha iniziato a lavorarci e si trova attualmente ad Haiti.

Quali sono state le difficoltà di comunicazione e di intervento e cosa ha portato agli scontri con i soldati ONU? Perché una ricerca scientifica sull’origine del ceppo di colera ha avuto così poco risalto soprattutto nei media italiani? Abbiamo intervistato Livia Tampellini, tra i primi medici di MSF partiti per l’isola caraibica dell’Hispaniola.

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L’epidemia di colera partita da un focolaio nella regione di Artibonite nel centro-nord di Haiti da metà ottobre ha sconvolto la vita degli haitiani. Dottoressa Tampellini, qual è la situazione attuale ad Haiti e nella vicina repubblica Dominicana?

Si è visto un importante declino dei casi di colera. Come si sa sempre nelle epidemie di colera si ha un grande numero di pazienti soprattutto all’inizio e poi dopo si ha un calo. Questo calo non vuol dire che l’epidemia sia finita o che non ci sia più il pericolo che magari con un ondata di piogge possa ritornare un secondo picco. Vuol dire che sicuramente sono state prese delle precauzioni. Diciamo che la popolazione ha cominciato a comprendere quali sono le vie di trasmissione, e quindi si ha una buona risposta all’epidemia, però non è detto che siamo ancora fuori del tutto. Soprattutto a Port-au-Prince si è visto un calo notevole, quasi si fosse alla fine dell’epidemia.

L’intervento tempestivo per curare il colera come dice lei è cruciale e il numero di organizzazioni umanitarie ad Haiti è molto alto, se ne stima adirittura dodicimila. Quali problemi di comunicazione e di organizzazione avete dovuto affrontare con l’arrivo dell’epidemia?

Comunicazione e organizzazione sono i due principali problemi, in effetti. Nel senso che comunicazione vuol dire veramente spiegare in termini che anche una persona con dei limiti sociali e culturali possa capire, cosa vuol dire utilizzare dell’acqua pulita. Quindi voleva dire andare di caso in caso, comunque con il sostegno di tutte le associazioni presenti sul territorio raggiungere il maggior numero di persone possibili per spiegare che cosa volesse dire utilizzare dell’acqua pulita, dell’acqua depurata. E l’organizzazione era effettivamente anche raggiungere i pazienti. Per esempio, io ero nell’Artibonite a Gonaives, e per noi è voluto dire non rimanere in città ma andare anche nei paesi vicini e fare dei piccoli centri di trattamento nei villaggi, perché per il paziente significava molte ore di cammino e di viaggio e quindi arrivare troppo tardi.

Oltre a problemi di organizzazione immagino ci siano anche problemi legati alla percezione della malattia. Che tipo di strategia di prevenzione avete dovuto affrontare e attuare per gestire il problema del contagio?

Sulla prevenzione è difficilissimo. Quando si deve intervenire per il colera significa che ormai è troppo tardi, perché il colera c’è già. Per arrivare a parlare con la popolazione ci siamo affidati a tutte le strutture che erano già esistenti. Questo può essere semplicemente il capovillaggio e quindi farsi aiutare da dei mediatori culturali, oppure anche assumere delle persone locali che avessero la possibilità di mediare, di spiegare in termini chiari e semplici o per lo meno comprensibili per la popolazione il concetto. Spesso e volentieri il paziente non arrivava in ospedale o ci arrivava molto tardi. E quindi lì era anche un discorso di rapporto personale e di riuscire a spiegare appunto con dei mediatori culturali l’importanza di una terapia, che poi era solo dell’acqua.

Qual è la percezione della malattia nella cultura haitiana?

È sicuramente difficile da spiegare. Ci sono delle cose che sembrano inelluttabili. A volte certe cose vengono prese come una maledizione, uno spirito malvagio, che non può essere né curato né affrontato in alcun modo. È estremamente negativo, terribile e però assolutamente incurabile.

Sicuramente quello che ho visto io del colera era una cosa un po’ particolare, perché nel colera c’era anche l’enorme paura del contagio. Che anche se è un contagio tramite acque contaminate, c’era comunque spesso la paura di toccare il malato, anche se il malato era un caro. E quindi anche il contatto con il corpo del defunto era una cosa che impauriva molto. E quindi dava anche tutto un suo contesto molto particolare e una sua rivalutazione particolare all’elaborazione del lutto e della malattia in sé.

C’è stata anche da parte della popolazione forse la necessità di trovare un colpevole dell’epidemia, che ha scatenato anche degli scontri e delle proteste, in particolare contro i soldati nepalesi della missione ONU. Avete avuto modo di confrontarvi con gli haitiani su questo punto? Cosa c’è secondo voi alla base di queste accuse?

In realtà tutto ciò si integra ovviamente in un contesto molto più complesso dal punto di vista sociale e politico, che è la presenza dei soldati ONU. Nel mio piccolo comunque ero in una città che è famosa per avere degli scontri problematici di livello politico, non ho visto scontri di alcun tipo. E per tutto il periodo che sono stata la era tutto abbastanza tranquillo.
Che di fatto fosse l’estrema goccia che potesse far andare i soldati della Minustah nelle mire dell’odio dei cittadini era più che facile nel senso che sicuramente non erano ben visti ma non certo per il colera. Già c’erano dei problemi a monte, si va secondo me a inquadrarsi in una storia più lunga.

In una ricerca pubblicata a dicembre dal New England Journal of Medicine c’è un indicazione he il ceppo del colera presente ad Haiti proveniva probabilmente dal Sud Asia. Di questa ricerca si è parlato pochissimo sui giornali italiani. Secondo lei qual è il motivo?

Il dare una valutazione dell’origine del sud est asiatico del colera ad Haiti ha sicuramente un dato di un’importanza enorme da un punto di vista epidemiologico, però da un punto di vista politico bisogna stare attenti perché ha una valenza sicuramente molto importante, molto delicata in un contesto, soprattutto come adesso che ci sono in corso le elezioni, e che diciamo va soppesato quello che si dice. Si deve anche sapere dove si vuole arrivare. Sicuramente da un punto di vista scientifico ha un suo valore, ma bisogna anche poi ricordarsi che dall’altro lato la popolazione deve anche essere preparata a capire certe cose, ad affrontare certe notizie.

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