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Comunicazione medico-paziente? Oggi conta anche la fede

di Giulia Bonelli

Credits: Hin0, flickr.com

“Per il buddhista la malattia va accettata come un’occasione per praticare il proprio culto.” “I pazienti della comunità Sikh desiderano lavare le mani e i piedi prima delle preghiere.” “Non tutti gli indù sono vegetariani.” “I pazienti di religione ebraica potrebbero desiderare accendere due lumi durante il Sabato e celebrarne l’inizio con vino o succo d’uva kasher e pane.” “I riti islamici prevedono il lavaggio del defunto, che deve essere compiuto tre volte, da uomini per gli uomini e da donne per le donne.”

Consigli pratici, informazioni utili, prescrizioni: questa la via scelta dal Laboratorio per L’Accoglienza della ASL Roma E, che in collaborazione con varie associazioni religiose ha elaborato nel corso del 2010 un progetto per accogliere e tutelare i pazienti con particolari esigenze culturali e religiose. Esigenze che spesso vengono ignorate oltre che trascurate: per questo è necessario informare, prima di tutto. E farlo in modo rapido, incisivo, così che medici e infermieri sappiano come comportarsi con un paziente buddhista, islamico, induista, romeno ortodosso.

In poco più di trenta pagine, l’opuscolo L’accoglienza delle differenze e specificità culturali e religiose nelle strutture sanitarie ospedaliere e territoriali della Regione Lazio punta proprio a fornire un’informazione di questo tipo. A ciascuna principale religione è dedicata una breve scheda, che scandisce i momenti dell’ingresso in ospedale del malato, della gestione delle cure, dell’alimentazione, della preghiera. Suggerendo che spesso bastano piccoli accorgimenti per far sentire a proprio agio un paziente: divieto di interventi rimandabili durante il sabato per gli ebrei, luoghi di silenzio per i buddhisti, assistenza di un pastore locale per gli avventisti.

Disponibile anche online, l’opuscolo inizia oggi a mostrare i primi risultati. “L’obiettivo era creare una nuova etica sanitaria che tenesse conto di ogni specificità proveniente dalle diverse religioni” dice Alessandro Bazzoni, coordinatore del progetto insieme a Luigi De Salvia. “Con queste prime linee guida siamo riusciti a dare all’ospedale uno strumento pratico, un metalinguaggio in grado di mettere insieme le persone e ascoltarle”.

Ascolta l’intervista ad Alessandro Bazzoni:

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Ma cosa ne pensano i fedeli del dialogo interreligioso? Abbiamo raccolto le testimonianze di due partecipanti attivi nel dibattito tra medicina e fede.

Swamini Hamsananda Giri

Secondo Swamini Hamsananda Giri, monaca dell’Unione Induista Italiana, prima ancora della religione viene la persona. “Il problema fondamentale non è tanto essere induista, ma essere un paziente con una cultura differente. L’induismo di per sé non è una religione con un credo o delle regole uguali per tutti: si è induisti per scelte spirituali o personali, per tradizione familiare… E un induista indiano è diverso da un induista africano, piuttosto che italiano o americano. Quindi è importante cogliere la specificità della persona.”

Più che un culto codificato, infatti, l’induismo è un insieme di aspetti culturali e rituali che generano una serie di tradizioni difficilmente omologabili; per questo anche in ambito sanitario non è facile dare linee guida precise. Nella gestione delle cure vale sempre il principio di scelta individuale, e le norme alimentari non sono rigide. Auspicabile potrebbe essere invece trovare negli ospedali un luogo di silenzio e di preghiera: “Per avere assistenza spirituale non è necessario il sacerdote o il ministro di culto” prosegue Swamini Hamsananda Giri. “Basta la possibilià di rimanere in silenzio e pregare. In fondo il dialogo interreligioso serve a far capire proprio questo, che le differenze tra le varie religioni sono solo esteriori. Il cuore e i bisogni di un ammalato sono gli stessi.”

Ascolta l’intervista a Swamini Hamsananda Giri:

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Rav Ariel Di Porto

Se per i pazienti induisti il punto di raccordo tra medicina e fede sta in un globale atteggiamento di rispetto e comprensione, per i pazienti di religione ebraica le esigenze possono essere molto più pratiche. E di conseguenza le difficoltà maggiori. “Il più grosso scoglio è quello di una dieta in linea con le prescrizioni religiose”, spiega Rav Ariel Di Porto, Rabbino della Comunità Ebraica di Roma. “La legge prevedrebbe che in caso di necessità l’azienda ospedaliera si rivolga a proprie spese a un servizio di catering che possa fornire cibo kasher… questo però nella realtà non avviene mai.”

Oltre all’alimentazione c’è poi il problema dell’astensione da qualunque lavoro durante il Sabato ebraico, che inizia al tramonto del venerdì e dura fino alla sera del sabato. Per gli ebrei ortodossi sono proibite anche attività come la scrittura e l’accensione della luce, pratiche difficili da rispettare in un ospedale: la semplice compliazione di un modulo costituirebbe infatti una trasgressione. Ma fino a che punto queste esigenze vanno tutelate? “La normativa ebraica in realtà è abbastanza aperta” dice Rav Ariel Di Porto. “Il parere del medico è preminente: per salvare una vita umana è possibile fare qualsiasi trasgressione. Ma se un’operazione non è urgente, allora non andrebbe fatta durante il Sabato”.

Ascolta l’intervista a Rav Ariel di Porto:

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Queste e altre indicazioni emergono dallo stesso opuscolo del Laboratorio per L’Accoglienza della ASL Roma E, che cerca di inserire ogni religione nel suo contesto culturale, spiegando quali pratiche siano più o meno rinunciabili. Resta da vedere quanto la pratica dell’accoglienza, anche spirituale, si possa modificare a seguito di iniziative come questa. Alessandro Bazzoni ammette che la strada da fare è ancora tanta: “Si tratta di tematiche molto difficili da comunicare. Da un lato i pazienti danno per scontato che ci debba essere un’accoglienza di questo genere, dall’altro i medici ritengono di non aver alcun bisogno di accogliere e spesso fanno finta di niente. È quindi una cultura che dovrà entrare un po’ alla volta in ospedale”.

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