Controversie, Etica e deontologia

Frodi, errori e scienza: in crescita il fenomeno degli articoli ritrattati

di Eleonora Viganò

Credit: Nic's events on Flickr

Alla radio lo speaker parla delle proprietà digestive di un tè rosso, ripete il nome più volte, in inglese e nella lingua originale, e invita il pubblico a prenderne nota. Se una cosa fa bene, perché non dirlo tra un chiacchiera radiofonica e l’altra? Ripete la notizia, dice di aver consultato più fonti, non manca di citare lo studio pubblicato “su una prestigiosa rivista scientifica”, e infine con fiducia osserva che se lo studio si trova pubblicato proprio lì, non ci si può proprio sbagliare, è tutto vero.

Lasciamo il tè rosso alla sua storia e concentriamoci sull’assoluta fiducia e certezza di scienziati, giornalisti, comunicatori e pubblico nei confronti delle riviste con peer-review, un sistema solido e ben strutturato. Eppure non tutto fila liscio. Succede che studi, anche famosi, dopo tutte le fasi del cosiddetto “referaggio” vengano ritrattati. Pubblicati e ritrattati. Solo per citare qualche esempio tra i tanti citiamo quello sul legame tra vaccini e autismo, la recente frode sul resveratrolo o la storia della ricercatrice fuggita dall’Università con il suo notebook per difendere uno studio sul collegamento tra un virus e la sindrome da stanchezza cronica. Alcuni sono vere e proprie truffe, altri sono invece errori dovuti a incompetenza. Il problema è che la ritrattazione ha pesanti conseguenze sia nell’ambito strettamente scientifico, sia sulla società, sul pubblico, sui pazienti.
L’articolo ritrattato, prima di subire le revisioni del caso, ha infatti tutto il tempo per fare i suoi danni, per alimentare false speranze, per sostenere terapie sbagliate, per favorire comportamenti refrattari alle vaccinazioni, per attivare filoni di ricerca costosi.

In un articolo del Wall Street Journal alcuni dati elaborati da Thomson Reuters accompagnano una di queste storie. Scopriamo che medicina, biologia e chimica occupano i primi posti tra le discipline che subiscono il maggior numero di ritrattazioni. Da un veloce confronto tra i lustri 2001-2005 e 2006-2010 emerge un aumento sostanziale del fenomeno: per la medicina si passa da 87 paper nel primo periodo a 436 nel secondo. In generale, mentre nel 2001 sono stati ritrattati solo 22 articoli, nel 2010 questo numero è salito a 339 a fronte di una aumento delle pubblicazioni del 44%. Un occhio alle riviste più colpite mette in luce la tendenza inversa di Science e Nature, che hanno diminuito negli anni il numero di ritrattazioni. Infine maggiore è il tempo necessario per verificare l’articolo (che è aumentato negli anni), maggiori saranno i suoi effetti negativi. Oltre ai già citati danni su pazienti (con prescrizioni sbagliate o nocive) e pubblico, vi sono danni economici, dovuti ai finanziamenti pubblici e privati ottenuti da chi si conquista la fama con un errore, e che coinvolgono a valanga successive ricerche e pubblicazioni che, in buona fede o meno, prendono avvio proprio da quel paper incriminato. Come se non bastasse, non sempre si riesce a capire fino a che punto si tratta di incompetenza e quando invece si innesca l’ancor più grave meccanismo della frode voluta. C’è chi sostiene che queste presunte esplosioni del fenomeno siano dovute a un aumento della capacità delle riviste di stanare gli errori, anche grazie a software sempre più utili, ma non ci si spiega perché i revisori non dedichino maggiore attenzione prima della pubblicazione. Certo è che gli interessi economici in gioco sono molti e sono in aumento: da un lato per un ricercatore pubblicare su una rivista come Lancet, Science, Nature significa ottenere finanziamenti e avanzare nella carriera, dall’altro anche le riviste traggono vantaggio da articoli rischiosi con risultati particolari, sebbene le redazioni colpite da episodi eclatanti siano ora ben più scettiche rispetto al passato.

Il Wall Street Journal, attraverso le parole del direttore di Lancet, Richard Horton e di Regina Kunz, il medico svizzero che ha “scoperto” un articolo sospetto pubblicato proprio su Lancet, suggerisce ai revisori di prestare attenzione ai risultati “troppo positivi”, statisticamente anomali e alle Università e centri di ricerca di esercitare una qualche forma di controllo sui propri scienziati e sulla loro condotta.

E i giornalisti? Se proprio non riescono a comportarsi come Brian Deer, possono cercare di fare attenzione allo studio considerato e alle sue eventuali conseguenze (il denaro è sempre un campanello di allarme), mettendo qualche condizionale, consultando uno scienziato esterno (usato spesso dalle stesse redazioni di riviste blasonate per analizzare gli articoli sospetti) e sbirciando le novità su Retraction Watch.

1 commento

Moreno Colaiacovo17/1/2012 alle 16:53

Quello che metti in luce è un bel problema.. Se la pubblicazione su rivista non è più garanzia di affidabilità, allora niente lo è! Sicuramente i giornalisti farebbero meglio ad andare molto cauti quando riportano scoperte sensazionali.. Anche se questo effettivamente va contro gli interessi del giornale, che più è sensazionalistico più vende!

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