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Giornalismo scientifico ok, ma come ci guadagno?

di Enrico Febbo

Un post di Silvia Bencivelli, ex-allieva del Master che edita questo blog, mi offre l’occasione per sollevare un tema che mi sembra incredibilmente assente dalle discussioni di Jekyll e dintorni, una questione che io sento (ma solo io?) fremere insistentemente: il lavoro.

L’argomento è vasto, ampio, articolato e certamente non riguarda solo il giornalismo scientifico e la comunicazione della scienza, ma se non lo affrontiamo su Jekyll allora non si sa bene dove possiamo farlo.

Per questo chiedo ai comunicatori della scienza più giovani (in teoria in possesso di occhiali meno usurati per mettere a  fuoco il fantomatico reale), a che livello del processo di  produzione del reddito si inserisce oggi l’attività del giornalista scientifico intesa nel senso latissimo che ormai tutti abbiamo appreso?

Mentre per la scrittura tradizionale i meccanismi sono più lineari  (scrivo un libro, c’è il prezzo di copertina, ecc.), nel Nuovo Mondo di cui ci occupiamo io fatico ad afferrare il flusso della materia prima che, ricordo, oltre a consentirci di pagare il mutuo casa è fonte di diritto, libertà e indipendenza intellettuale.

E’ un tarlo che mi rode ormai da tanti anni e non riesco proprio a considerarlo un elemento accessorio o collaterale, ma anzi questione da definire prioritariamente e che si situa a monte di quasi tutte le attività umane.

Leggendo il post di Silvia, collaboratrice fra le altre cose di Radio 3 Scienza (dipendente? free-lance? libero professionista? part time? impiego temporaneo rinnovabile?…) mi viene in mente che fra la sua partita IVA e la mia ci sono circa una quindicina d’anni, mica tanti, però di mezzo c’è la legge Biagi.

2 commenti

Marina D'Alessandro2/1/2011 alle 13:30

Non è un tarlo che rode solo te…tutte le riflessioni che si possono trovare in rete, in particolare sull’innovazione della professione giornalistica sono il prodotto di una necessità:quella di continuare a fare qualcosa di produttivo e non solo in termini intelllettuali. Degli spunti interessanti in proposito li offre Reg Chua, Direttore del South China Morning Post, nel suo blog, incentrato sull’idea del giornalismo strutturato (questo per dire che non si tratta di un tarlo prettamente occidentale).
Proprio recentemente è tornato a chiedersi come trarre valore, anche in termini economici, dai prodotti di comunicazione (http://structureofnews.wordpress.com/2010/12/26/the-molecules-of-news/).
Tutte chiacchiere? C’è qualcuno che sta già guadagnando dalle innovazioni raccontate da Chua, ma non si tratta di giornalisti.

Anna Davini6/1/2011 alle 10:04

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