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Ho fatto tutto, tranne la cozza

di Enrico Febbo

Barbara Gallavotti

Barbara Gallavotti

Il curriculum professionale di Barbara Gallavotti è sterminato, spazia in (quasi) tutte le attività correlate alla comunicazione della scienza, arrivando fino al mondo arabo. Vi presentiamo una spiritosissima intervista che delinea una personalità poliedrica e un raffinato quanto raro acume intellettivo.

Barbara, un particolare biografico non frequente nel giornalismo scientifico italiano, tu conosci la lingua araba.
Non bene quanto vorrei, la conosco da una quindicina di anni. La lingua araba mi ha consentito soprattutto di di avere una rete di interazioni molto solida con il mondo arabo,  anche professionali.

Infatti hai fondato il MASAD (Mediterranean Association for Science Advancement and Dissemination).

In realtà MASAD è stato un modo per stabilire contatti personali tra individui dell’area che adesso dovrebbe portare a una mostra scientifica itinerante sulla quale sto lavorando con impegno, nonostante gli attuali problemi politici.

La tua attività di ricerca è durata poco. Avevi capito subito che i ricercatori sarebbero stati eliminati di lì a poco in Italia.

Mah, io non ero particolarmente portata per la ricerca, a me piaceva scrivere e non ho avuto particolari rimpianti. L’impressione che ebbi già subito dopo la laurea fu che la virtù che più sarebbe stata premiata in chi voleva fare ricerca era quella della cozza, quella di essere tenacemente adesa. Era una questione di resistenza fisica, sarebbe stato necessario sopportare non poche angherie per vario tempo e poi alla fine per crollo progressivo degli altri concorrenti il più resistente avrebbe vinto. Temevo che la cosa non mi avrebbe premiata. Io non sarei stata un ricercatore straordinario, che altrimenti avrei avuto altre carte da giocare oltre a quello della cozza.

Intervista a Barbara Gallavotti

Però in RAI non hai dovuto fare la cozza, sin dall’inizio.

No. Però fare la cozza ha i suoi vantaggi anche nel mestiere del comunicatore della scienza. In RAI sono rimasta un autore esterno dal 2004, non ho fatto la cozza e infatti non sono dipendente RAI. Questa scelta la feci fin dall’inizio, uno può scegliere se puntare con decisione verso una certa posizione e fargli pazientemente la posta prima di radicarsi (e questa strategia ha i suoi vantaggi ma richiede una certa costanza e molta pazienza), oppure se essere un oggetto privo di radici e questo consente di fare molte cose diverse e forse un avanzamento professionale più rapido a costo della rinuncia alla sicurezza data dall’essere incluso in un sistema lavorativo. Però per fare la cozza bisogna esserci portati. Mi dicono che io ho un pessimo carattere (ride, n.d.r.) e ciò non aiuta a seguire questa strategia. Però a me piaceva la comunicazione in tutte le sfaccettature. È bellissimo scrivere per un giornale, bellissimo essere autore radioTV ma bellissimo fare radio, mostre, e questo ha i suoi vantaggi e i suoi costi.

Dunque, allora la cozza è arrivata in RAI!

Mah, più che uno cozza io sono una medusa essendo non sessile!

Allora il passaggio da HitScience a Ulisse come è stato, lungo, breve, accidentato?

Veramente la prima cosa che è arrivato è stato Ulisse, un gran colpo di fortuna!

E come è successo?

Io ronzavo intorno alla RAI e speravo di entrare in Super Quark, avevo già mandato varie volte il curriculum, ma nessuno lo avevo guardato. Poi avevo saputo per puro gossip che aprivano delle posizioni a Geo&Geo e lì mandai il curriculum e siccome stavano aprendo Ulisse (cosa di cui io non sapevo nulla) hanno girato il mio curriculum a Ulisse che cercava autori di testo. Il mio curriculum fu selezionato insieme a quello di Yuri Castelfranchi che venne indicato dalla SISSA. Quindi per una delle rarissime circostanze della vita mandai il mio curriculum al momento giusto anche se nel posto sbagliato.

Quindi è così semplice?

Mah, ci sono due elementi: uno, io giravo come un avvoltoio sulla RAI da tempo, però se uno vuole la strategia dell’animale non sessile deve essere molto tenace e molto resistente ai rifiuti… Del resto, avevo fatto anche altre operazioni, avevo parlato con Cecchi Paone che non mi aveva preso (per fortuna, visto poi come è finita la trasmissione…), però continuavo a mandare curriculum. È chiaro che in un qualsiasi mestiere a prescindere dalla RAI quando sei molto affermato e hai un potere contrattuale autonomo non ti conviene essere incasellato nelle griglie contrattuali di routine.

Nei venti anni di attività professionale così variegata (uffici stampa, giornalismo scientifico, attività editoriale, insegnamento, il master, televisione, mostre, ecc. ) sei riuscita a conciliare questa rutilante attività con il fidanzato, il marito…?

È andata bene perché fondamentalmente mi diverto molto a fare quello che faccio e quindi i salti mortali per conciliare tutto non mi pesano. Penso di avere conciliato, ho una bimba (un’altra appena arrivata il 16 maggio, n.d.r), ho dovuto sacrificare talvolta un po’ di amicizie e di vita mondana, ma ciò non mi ha pesato perché mi piace fare quello che faccio. Se lo facessi con sofferenza sarebbe molto difficile. Per molto tempo ho potuto lavorare da mezzanotte in poi perché avevo l’adrenalina che mi teneva su, adrenalina derivante dal piacere di questo lavoro. Altrimenti il fisico non regge.

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