Occupazione professionale

Il giornalista scientifico del futuro? Un curatore poliedrico e originale

di Eleonora Viganò

Declan Fahy - professore associato di giornalismo presso l'American University

Il giornalista scientifico possiede una personalità multipla, è affetto dalla capacità di destreggiarsi tra più ruoli e altrettanti modelli di business per poter sopravvivere all’interno di quello che Declan Fahy e Mattew Nisbet definiscono “science media ecosystem”.

In uno studio pubblicato su “Journalism: Theory, Criticism and Practice”, i due ricercatori di giornalismo della scuola di comunicazione dell’American University entrano in profondità nei cambiamenti dei media scientifici in rete, o a causa della rete, decretandone uno stato di salute che – pur sembrando incerto e malmesso secondo una visione tradizionale – potrebbe in realtà trovarsi solo in una fase di transizione, che culminerà nella selezione di chi saprà adattarsi a ruoli diversi senza per questo rinnegare del tutto il vecchio modo di lavorare.

L’obiettivo della ricerca è descrivere nuovi ruoli e pratiche emergenti del giornalista scientifico in epoca digitale. La ricerca integra gli studi fatti nel campo del giornalismo e della comunicazione scientifica con interviste a un campione selezionato di professionisti americani e inglesi. Lo studio ha coinvolto giornalisti impiegati in testate di elite, con mezzi tecnici, culturali ed economici per poter sperimentare.

Nella ricerca emergono molti più ruoli rispetto a quello che viene tradizionalmente assegnato al giornalista scientifico, vale a dire di mediatore, traduttore di conoscenze dal complesso al semplice, dagli esperti ai non-esperti. Tra questi: quello di intellettuale, che restituisce al pubblico le implicazioni sociali delle scoperte scientifiche con un punto di vista preciso e identificabile; quello di “agenda-setter”, che seleziona e pone l’attenzione sui temi importanti e stabilisce le tendenze del momento; quello del classico “cane da guardia” e di reporter investigativo (anche se sono pochi in realtà a poterselo permettere), che si occupa di inchieste e approfondimenti soprattutto nella linea di intersezione tra scienza, politica e società. Ci sono anche gli “educatori” che spiegano metodi, obiettivi e rischi della scienza, i curatori che raccolgono notizie, opinioni e commenti per presentarli in modo strutturato e argomentato. Abbiamo poi i moderatori, i quali si occupano di mettere in contatto scienziati e pubblico, sia fisicamente sia online, e infine ci sarebbero gli advocates, i sostenitori di una causa, anche se nessuno dei giornalisti scientifici intervistati si riconosce chiaramente in questa funzione.

In passato i giornalisti scientifici tendevano a ricoprire l’unico ruolo di “traduttori”, dal mondo della ricerca verso il grande pubblico, grazie a un rapporto privilegiato con scienziati e istituzioni. Oggi la sfida è più complessa: chiunque può pubblicare sul web, gli enti si servono sempre meno di intermediari, e gli scienziati tengono aggiornati ottimi blog con notizie di prima mano. Il pubblico non si limita a fruire dei contenuti, ma collabora, partecipa, condivide, seleziona ciò che preferisce attraverso un sistema meritocratico: si cercano contenuti buoni, in modo sempre più esigente. La circolarità della negoziazione tra fonti, intermediari e pubblico resa possibile dalla facilità di pubblicazione in rete mette in crisi l’identità professionale dei giornalisti. Quelli scientifici non fanno eccezione e devono pertanto reinventarsi, svolgendo ruoli diversi rispetto al passato.

Detto questo siamo forse di fronte alla fine del giornalismo scientifico tradizionale? Cosa sta diventando il nuovo giornalismo scientifico? Dove si fa? Da quali pratiche è caratterizzato? Quali competenze bisogna possedere per produrre un’informazione credibile e attendibile su scienza, medicina, tecnologia nell’ecosistema mediale centralizzato sul web? Non abbiamo una risposta precisa ma sembra proprio che il giornalismo scientifico si stia trasformando e che bisogna essere maledettamente bravi, forse più che in passato.

Su alcune di queste problematiche abbiamo sentito il parere di uno degli autori dello studio, Declan Fahy.

Professor Fahy, secondo lei la figura del giornalista come “mediatore” tra scienza/istituzioni e pubblico  non esiste più?

No, certamente quel tipo di giornalista esiste ancora. All’inizio della nostra ricerca abbiamo ipotizzato che questo ruolo potrebbe venire meno, ma nelle nostre interviste, i giornalisti erano d’accordo che questo compito copriva ancora la maggior parte di ciò di cui si occupavano. Storicamente quello che voi chiamate “mediatore” e noi chiamiamo “reporter che spiega” o “conduct” è stato di sicuro il ruolo principale dei giornalisti scientifici, ma ora nell’era digitale, esistono una serie di altri ruoli in più.

Qual è la diversità con altri giornalismi?

Personalmente penso che il ruolo del giornalismo scientifico sia lo stesso di tutti gli altri “giornalismi”: agire principalmente come un “cane da guardia” delle elite sociali, ma anche interpretare, sintetizzare e valutare le informazioni scientifiche per il proprio pubblico. Il ruolo democratico, fondamentale nel giornalismo, non è cambiato. I nostri intervistati sono d’accordo, sottolineando, senza eccezione, l’importanza del ruolo di vigilanza dei giornalisti scientifici.

Quali altre funzioni ha ora il giornalista scientifico e quali sono i modelli innovativi di business e inquadramento professionale in questo “nuovo ecosistema”?

Il più importante tra i nuovi compiti del giornalista scientifico vi è sicuramente il ruolo di “curatore” delle informazioni. Questo significa raccogliere news, opinioni e commenti, presentarli in un formato preciso e strutturato, con alcune valutazioni per il pubblico. E’ un po’ come il curatore in un museo: le informazioni non vengono mai presentate a caso e senza spiegazioni. In questo ruolo, i giornalisti scientifici agiscono come guide attraverso la massa di informazioni. 
La maggior parte dei media sono alla ricerca di nuovi modelli di business. I più interessanti per il giornalismo scientifico sono quelli in cui i giornalisti collaborano con le università o vengono finanziati da organizzazioni filantropiche per produrre nuove iniziative imprenditoriali collegate al giornalismo scientifico. Una delle mie preferite è Climate Central, un’organizzazione indipendente e no-profit che si occupa appunto di giornalismo e ricerca sui cambiamenti climatici, finanziato da fondazioni, agenzie governative e altre istituzioni. I contenuti prodotti da questa realtà sono stati utilizzati da molti media tradizionali. Altre organizzazioni collaborano con le università. L’Investigative Reporting Workshop, per esempio, ha condotto diverse inchieste su temi scientifici come partner dell’American University.

Cosa si intende per sovrapposizione degli spazi di informazione e comunicazione, mi può fare un esempio?

Questa caratteristica è presente ovunque nella sfera pubblica online. Nella nostra ricerca abbiamo usato come esempio la sovrapposizione delle varie voci in campi diversi – scientifico, istituzionale e giornalistico – riscontrati nel caso del batterio all’arsenico.

Come colloca quegli scienziati che riescono ad avere ottimi e seguiti blog, utilizzando non solo le capacità tipiche dei giornalisti, ma anche le proprie conoscenze e il proprio abituale lavoro di ricerca?

Penso che questo sia uno sviluppo molto positivo per la comunicazione della scienza nella società. Gli scienziati possono ora comunicare direttamente con un vasto pubblico e alcuni di loro scrivono in modo brillante e provocatorio. La loro voce è preziosa all’interno dei dibattiti pubblici che riguardano temi scientifici. Per i giornalisti questo significa dover lavorare di più e in modo più originale rispetto al passato quando parlano di scienza: non possono permettersi di ripetere semplicemente ciò che dicono gli scienziati, perché spesso gli scienziati lo hanno già detto sui loro blog.

Perché i ruoli dell’advocate (sostenitore di una causa) e del giornalista investigativo scientifico sono attualmente meno rappresentati?

Il problema il giornalismo scientifico investigativo è lo stesso di quello generale di inchiesta: i finanziamenti. In un momento in cui si riduce il numero di dipendenti nei media tradizionali e i profitti sono in calo, ci sono meno soldi a disposizione per finanziare un lavoro a lungo termine che ha bisogno di un sacco di tempo. Questo tipo di lavoro viene realizzato dalle nuove idee imprenditoriali come ProPublica o Investigative Reporting Workshop. Ci siamo invece stupiti nello scoprire che nessuno dei giornalisti intervistati si sia identificato nella figura del “sostenitore”. Forse perché i confini tra le diverse tipologie giornalistiche sono così sfumati, che il giornalismo a sostegno di una causa potrebbe essere ora meno diffuso rispetto al passato, o forse sono gli stessi giornalisti a opporre resistenza nel definirsi “sostenitori”, come se implicasse che la loro visione del giornalismo come impegno non sia conforme a quella classica. Questo potrebbe essere un ottimo spunto per lavori futuri, da esaminare da altri ricercatori.

1 commento

Giulia Reddina4/2/2012 alle 23:40

Grazie per questo bell’articolo, Eleonora! 🙂

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