I pubblici della scienza

Il viaggio di Marco Cavallo. Intervista a Giuliano Scabia

di Anna Davini

Il Laboratorio P e Marco Cavallo, 1973 (crediti: Dipartimento di salute mentale, Trieste)

“Franco l’avevo conosciuto due anni prima. Era venuto a vedere un lavoro che stavo facendo con una classe delle medie in un paese dell’Emilia. Caricavo i ragazzi su un carro contadino per mostrare il nostro lavoro e in una delle uscite ci hanno invitati in una fattoria protetta, gestita da tre infermieri e cinque pazienti dell’Ospedale psichiatrico di Colorno diretto da Franco Basaglia. Il giorno che ci siamo andati c’era anche Franco, che chiacchierava, lì nell’aia. L’ho rimproverato perché parlava troppo forte. Me l’hanno presentato. Non sapevo che era Franco Basaglia. Mi ha detto: ‘Verresti a Colorno a fare le stesse cose?’. Poi però a Colorno è finita e lui è andato a Trieste”. Quell’invito che Basaglia rivolse al drammaturgo Giuliano Scabia non sarebbe rimasto senza seguito. E pochi anni più tardi, proprio a Trieste, avrebbe prodotto una delle esperienze più innovative e potenti dal punto di vista simbolico e comunicativo nella storia della salute mentale: la parata per le vie di Trieste di Marco Cavallo, il cavallo azzurro con la pancia piena di storie dal manicomio che avrebbe superato il confine fra matti e normali.

Scritta da Giuliano Scabia e edita nel 1976 da Einaudi, la cronaca del cavallo, del suo viaggio per Trieste e del laboratorio in cui prese forma, inaugura a fine giugno la collana editoriale 180 Archivio critico della salute mentale, pubblicata da Edizioni Alpha Beta Verlag di Merano. Arricchito da una prefazione di Franco Basaglia e da un saggio di Umberto Eco, Marco cavallo ripercorre come un diario la vita del laboratorio P, condotto da Scabia e dallo scultore Vittorio Basaglia: gli esordi, le ipotesi di partenza, i giornali murali, il teatro vagante.

Giuliano Scabia

Con che spirito nasceva il Laboratorio P, con quali obiettivi? “Franco Basaglia voleva aprire il manicomio, fare in modo che il fuori e il dentro si parlassero – mi spiega Scabia. – Come aveva fatto anche a Gorizia, che le squadrette andavano ad allenarsi nel manicomio. Franco voleva aprire questo luogo di deportazione alla città, farne un luogo di cultura, e quindi invitava persone di poesia, teatro, spettacolo. Per questo ci chiamò, me e Vittorio, ma vennero in tanti in quegli anni: Dario Fo, Ornette Coleman…”

E lui, Giuliano Scabia, che cosa intendeva fare nel manicomio di Trieste? “Noi volevamo fare poesia”. E non, in alcun modo, poesia o teatro terapeutici. Scabia lo scriveva  in quella prima edizione, negando con forza di essere a Trieste come artista guaritore: “Gli davano già tanti di quei farmaci a ‘sti disgraziati, perché dargliene ancora sotto forma di qualcos’altro, sotto forma d’arte? – mi dice. – E Basaglia la pensava uguale. Io ho fatto, insieme a Vittorio, il grande racconto del cavallo e niente altro: se non si fa questa distinzione non si capisce niente, e si diventa prigionieri della psichiatria. La poesia è il diverso che mette in moto l’immaginario. È la diversità assoluta, è lavoro sul linguaggio, scardinamento della normalità”.

Che cosa diceva alla Trieste e agli italiani del 1973 Marco Cavallo? Giuliano Scabia non lo sa. O, più probabile, non gli interessa. “Non avevamo intenzioni comunicative. Anzi, non avevamo intenzioni affatto. Marco Cavallo è solo un cavallo blu, che all’inizio non avevamo nemmeno immaginato. Ecco, Marco Cavallo è come una poesia di Montale, una poesia della Vita Nova, ha la compattezza della poesia: una poesia, puoi sparare coi cannoni, ma è sempre lì… Un sonetto di Foscolo è indistruttubile. Il cavallo è uguale”.

Eppure, che il laboratorio e infine la parata di Marco Cavallo siano stati anche un dispositivo di comunicazione capace di proporre una narrazione nuova del disagio mentale lo ammette anche Scabia: “Ha cambiato modo di guardare alla società, ai matti. Non saprei dire se e quanto abbia trasformato la società: quel giorno una parte della città ha aperto le porte e ha invitato il cavallo, ma quanta Trieste c’era? Non saprei rispondere, però mi pare che con il tempo il cavallo sia diventato parte dell’immaginario della città, come Svevo, Saba… E non solo dell’immaginario triestino, perché il cavallo ha continuato e continua a camminare.”

Quell’esperienza non è stata, quindi, un’espressione peculiare degli anni in cui nasceva? Sarebbe ripetibile oggi? “Oggi non si potrebbe ripetere la stessa cosa: non c’è più il manicomio e non si può fare un cavallo con millecinquecento persone nella pancia. Però si può fare qualcosa di diverso, perché ogni volta, ed è così da sempre, si inventa il nuovo. Ma nelle teste delle persone il racconto di Marco Cavallo continua ad accadere. Agisce fortemente su chi lo legge e agirà sempre. Perché è un racconto in sé assoluto, è un racconto ritmato, tutto vero, e ha il ritmo della poesia. E questo agisce nel profondo. Dà speranza, dà gioia”.

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