I pubblici della scienza

“In their own back yards”. Nuovi strumenti per cittadini scienziati

di Anna Davini

Su Seed, il 22 dicembre, Dave Munger pubblica il diario del proprio viaggio su The Milky Way Project e Books Gram Nviewer, nuovi strumenti che offrono agli utenti della rete la possibilità di contribuire attivamente a costruire la conoscenza, non solo in ambito scientifico.

Emanazione di Zooniverse, The Milky Way Project chiede agli utenti di individuare nella Via Lattea le “bolle” di gas prodotte secondo gli scienziati dalla nascita di nuove stelle, e contemporaneamente di marcare nuovi oggetti e aggiornare la carta della nostra galassia. L’obiettivo non è solo raccogliere dati, ma sfruttare il contributo dei “non esperti” per verificare il lavoro condotto finora dai ricercatori.

Books Gram Nviewer scava invece una miniera di dati differente, circa 5 milioni di volumi scelti dalla biblioteca online di Google. Gli utenti possono studiare la vita delle parole, osservarne la ricorrenza nel tempo, la longevità, avanzare confronti fra termini diversi.

I progetti citati da Munger sono solo due esempi recenti dei tanti esperimenti di citizen science nati negli ultimi tempi, come le iniziative di grid computing raccolte in Grid Republic, che vanno dalla ricerca di vita extraterrestri nell’universo (SETi@home) alla ricerca biomedica (Rosetta@home), l’erbario 2.0 di Herbaria@home o l’osservatorio partecipativo sul clima promosso dall’Australia’s Climate Watch Project.

Questi strumenti cambiano la scienza? Secondo Munger sì. Il web collaborativo costringe la scienza a trasformarsi, la libera dalla necessità di strumenti ipertecnologici e le restituisce la possibilità di essere un interesse coltivato (quasi) da tutti. Questa, la faccia positiva della medaglia. Gli scettici, scrive Alex Wright sulle pagine del New York Times, vedono in questi strumenti ben altro: trovate promozionali capaci, più che di far avanzare la ricerca, di alimentare l’interesse e l’adesione nei confronti della scienza.

1 commento

Filippo Bonaventura30/12/2010 alle 16:48

L’articolo di Alex Wright offre uno spunto di riflessione per quanto riguarda le opinioni negative sulla citizen science. Gli scettici – stando a Wright – hanno una cattiva percezione di essa in quanto contribuisce all’engagement pubblico nella scienza più che alla costruzione di conoscenza scientifica.
La mia opinione è che questa affermazione rifletta una visione della scienza come qualcosa di fine a sé stesso e sostanzialmente slegato dalla società, il cui compito è di auto-alimentarsi producendo sapere di un certo tipo e con certe modalità.
Una concezione di questo tipo è superata, o almeno dovrebbe esserlo. La scienza oggi è incorporata nel concetto più generale di “cultura” e ne costituisce parte integrante. È arretrato quindi considerare l’engagement pubblico nella scienza come qualcosa di sostanzialmente irrilevante.
La partecipazione nei processi scientifici allarga gli spazi di democrazia, se non altro perché fornisce ai cittadini strumenti di valutazione critica delle pratiche e delle mentalità scientifiche.
In generale, come sostiene Yochai Benkler nel suo “The wealth of networks”: «To regulate culture is to regulate our very comprehension of the world we occupy». Le attività partecipative della citizen science possono contribuire alla creazione di una regolazione condivisa della cultura, e la Rete per sua stessa natura è oggi il luogo più adatto per farlo.
Questo mi porta a soffermarmi sulla domanda di Stephen Emmott citata da Wright: «Certainly this is participatory, but is it science?». Posta così, sembra una domanda retorica; eppure io credo che sia di grande interesse proprio perché costringe a chiedersi: «Che cosa è “scienza”, e cosa non lo è?». La risposta a questo quesito è in rapida e vorticosa evoluzione, e pratiche come la citizen science ne impongono una profonda e severa ridefinizione.

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