Controversie, Etica e deontologia

Istruzioni per evitare i pregiudizi razziali nel giornalismo

di Eleonora Viganò

Credit: Daviniodus on Flickr

Ormai ci siamo così abituati alla loro presenza quasi da non notarli più. Gli stereotipi e i pregiudizi, soprattutto quelli razziali, si trovano nascosti tra le pieghe dell’informazione e celati in titoli fuorvianti. Li troviamo in articoli di cronaca, politica, forse anche di scienza, basta un aggettivo, una frase a effetto per attirare l’attenzione per cadere nel luogo comune se non addirittura in qualcosa di più forte, come i pregiudizi di razza, sesso e religione. Proprio qualche tempo fa queste idee preconcette si sono manifestate nell’episodio del finto stupro di Torino, dove sotto accusa finirono alcuni rom con conseguenze che sfociarono in una giustizia fai-da-te incendiaria, dovute non solo ma in parte ai canali di informazione. Troppo tardi. In quel caso tuttavia alcuni media si soffermarono a riflettere sull’utilizzo improprio di certi appellativi geografici.

In realtà non si tratta solo di non usare il termine “rom”, né di censurare episodi e servizi, ma di pensare come sempre alle ripercussioni sociali che carta stampata, web, tv e radio possono avere sulle conoscenze e le opinioni. Marco Bruno, professore e ricercatore all’Università La Sapienza di Roma, che si occupa da anni delle rappresentazioni dell’Altro e del rapporto tra media e immigrazione, la definisce “responsabilità sociale del giornalista”. Lo abbiamo intervistato per capire, saper leggere e magari imparare a evitare questi pregiudizi, come corollario di quell’accuratezza che accomuna tutti i giornalismi, compreso quello scientifico.

Dottor Marco Bruno, è vero che i mass-media italiani sono caratterizzati da pregiudizi “razziali”?

Non credo si possa dire che i mass media “sono razzisti” o “hanno pregiudizi razziali”. Quando si parla di razzismo potrebbe essere utile non affrontare il tema come “Tizio è razzista” ma piuttosto come “il comportamento X o la frase Y (che magari ha detto Tizio) sono razziste”. Questo consente di capire bene la portata del discorso razzista al di là di una divisione del campo in buoni e cattivi. E soprattutto smonta sul nascere il comune sentito dire: “io non sono razzista, ma…” seguito da un’affermazione razzista. Non importa che tu sia o meno razzista, quello che conta è che hai detto una cosa razzista. Questo discorso può essere trasposto al mondo dei media o del giornalista, dove è più interessante affermare che questi possono contribuire a costruire un immaginario e una “realtà” fatta di stereotipi e pregiudizi che sono la base cognitiva di atteggiamenti e comportamenti razzisti.

Da dove nasce questa caratteristica?

I media potrebbero migliorare la conoscenza dell’Altro, ma per svariate ragioni finiscono invece per riprodurre gli stereotipi di cui si nutre il discorso razzista. I media generalisti e in particolare l’informazione si nutrono di semplificazioni, categorie e tipologie. Alla base dei discorsi nutriti di stereotipi ci sono gli stessi processi che avvengono durante il percorso di conoscenza della realtà. Il punto è che i media, con la semplificazione e l’uso di stereotipi, agiscono paradossalmente proprio in direzione opposta a quella che potrebbero prendere se li considerassimo come produttori di informazione e di conoscenza.

Tra le varie motivazioni di questo meccanismo possiamo considerare la già citata tecnica della semplificazione rispetto alla grande complessità del reale. Gli eventi vengono trattati dai media in modo da poterli facilmente incapsulare all’interno di strutture narrative facilmente riconoscibili: costruendo una storia secondo il modello classico, con i personaggi caratteristici come l’antagonista che dall’esterno entra in contatto e mette in allarme una comunità a sua volta ipertipizzata come tranquilla prima dell’arrivo del nemico. Basti pensare poi ai meccanismi con cui si costruisce il racconto della cronaca nera o a come eventi diversi vengano accostati tra loro per creare una sequenza di casi e quindi un fenomeno o “problema sociale” verso cui bisognerà prendere provvedimenti: quante volte un servizio di tg ha come incipit “ennesimo episodio…” oppure “ancora un caso…”. Ciò inserisce i singoli fatti in una sequenza che solo all’apparenza fornisce una chiave interpretativa, ma in realtà ha l’effetto di racchiudere la realtà in immagini che siano riconoscibili e in cui si annidano gli stereotipi. Ci sono poi ragioni più di superficie, ma se vogliamo più delicate, che riguardano la posizione (talvolta inconsapevolmente) subalterna che i media assumono nei confronti del discorso politico per il quale la ricerca di capri espiatori è il meccanismo più semplice per il successo elettorale.

Esistono altri pregiudizi “nascosti”?

Molti pregiudizi sono in realtà nascosti o veicolati inconsapevolmente, ma proprio questo fatto ci fa capire che sono molto profondi, radicati nell’immaginario degli stessi operatori dell’informazione e magari propri della cultura stessa. Penso all’alterità “islamica”: i termini utilizzati, la costruzione delle notizie, la scelta delle immagini affondano in un deposito di riferimenti e di pregiudizi che sono tipici di uno sguardo che Edward Said ha definito Orientalista. L’orientale è irrazionale, fanatico, vive o viene da contesti di cui è più importante studiare la storia o la religione e meno i dati socioeconomici o le “reali” dinamiche politiche. E quante volte ci è capitato di sentire, interpellato per comprendere un avvenimento contemporaneo, uno storico o uno studioso del pensiero religioso islamico invece che un sociologo delle società musulmane?

Potrebbe portarmi qualche esempio?

Pensiamo alla costruzione dell’immagine dell’immigrazione come una catena di sbarchi di clandestini. Il copione visivo delle notizie di immigrazione è costituito per la gran parte di immagini di uomini che vengono soccorse in mare o che sbarcano sulle coste italiane e queste rappresentano una “icona” del fenomeno migratorio; invece basterebbe guardare i dati e sentire un paio di esperti o di operatori del settore e sapremmo che la stragrande maggioranza degli immigrati entra in maniera regolare nel territorio italiano, per lo più in aereo, e in un momento successivo diventa “irregolare” per la scadenza del visto. Altro tema è quello dei cosiddetti clandestini: l’attuale sistema italiano impedisce un’immigrazione regolare ma si basa proprio, attraverso il meccanismo delle quote, su questa dinamica irregolarità-lavoro-regolarizzazione. Nessuno parla poi del fatto che oltre il 70% delle persone che invece effettivamente arrivano via mare fa una richiesta di asilo politico o di protezione umanitaria che è altra cosa rispetto alle migrazioni cosiddette “economiche”. Un altro esempio viene dai recenti arrivi dovuti alle rivolte di inizio anno avvenute nel Maghreb. Nel titolo “Emergenza sbarchi, altri 250 arrivi” l’utilizzo dei numeri dà un effetto di concretezza e sostiene concettualmente il termine “Emergenza”, tuttavia poco importa se magari anche sommati tra loro i singoli arrivi non rappresentano numeri ingestibili e comunque sono diversi rispetto ai numeri che ci prospettavano alcuni esponenti della politica: “1 milione e mezzo di persone stanno per partire”, “ne arriveranno 2 milioni!” e così via. In realtà ne sono arrivati in tutto circa 40mila e abbiamo avuto grandi difficoltà a gestirli, mentre la Tunisia ne accoglieva 600mila in due settimane.

“Lampedusa al collasso” è un titolo reale perché in una piccola isola 4000 migranti sono tanti ma la vera emergenza secondo me è che un paese come l’Italia non sia in grado in poche ore di gestire un numero di persone equivalente (o meglio, di gran lunga inferiore) a quello di tifosi in trasferta per un derby o di lavoratori che si muovono per una manifestazione. Sembra che i giornalisti abbiano qualche difficoltà nel trattare con i numeri. Un ultimo esempio che facciamo sempre: si parla di “invasione di immigrati”, ma nessuno userebbe mai il termine invasione se in un’aula affollata di 200 persone ne entrasse una in più visto che in proporzione sono più o meno questi i numeri dei nuovi ingressi di immigrati in Italia.

Quali effetti hanno sul pubblico?

Il pubblico spesso nei media trova conferme a stereotipi o pregiudizi che già possiede. Nei casi raccontati dai media ritrova episodi attraverso cui dare corpo a immagini di insicurezza che magari già possiede o condivide nelle sue relazioni interpersonali. I media hanno ancora un’alta capacità di affermare, validare e confermare delle opinioni già presenti. Al contrario per loro è più difficile scardinare o decostruire degli stereotipi radicati, anche presentando dei fatti che li negherebbero. E questo è uno degli altri grandi limiti dello stereotipo e del suo rapporto con i media. Riguardo poi al tema dell’insicurezza (generato ad esempio dalla grande attenzione dei media alla cronaca nera), va detto che il racconto del crimine genera un processo cumulativo: a insicurezza si aggiunge insicurezza e anche il racconto della risoluzione di un caso, ad esempio l’arresto di un colpevole, non genera la ricomposizione del quadro lacerato, un sollievo, ma ulteriori domande: “è davvero lui?” “Perché non lo hanno preso prima?”, “Sembrava una famiglia normale, allora può succedere ovunque…” e così via. Una volta innescato il meccanismo dell’insicurezza gli stessi media hanno difficoltà a interromperlo.

Perché – negli episodi simili al “finto” stupro di Torino – i cittadini si comportano da “giustizieri”?

Il discorso sarebbe molto complesso e chiama in causa tutte le “agenzie di socializzazione”, non solo i media. Alcuni aspetti mi hanno colpito: nessuno o pochissimi hanno sottolineato che la giustizia fai da te sarebbe stata altrettanto terribile anche se lo stupro non fosse stato inventato ma reale. Accusare e in questo caso colpire un gruppo o una comunità per delle responsabilità di un individuo è un’aberrazione, ed è lo stesso meccanismo di ogni discorso xenofobo, la negazione della responsabilità individuale e l’attribuzione di caratteristiche (nel caso dello stereotipo “neutro”) o di colpe (gli stereotipi stigmatizzanti) a un intero aggregato, indipendentemente dalla realtà o meno del singolo episodio. L’altro aspetto che mi ha colpito è stato che – ma questo è un altro tipico “tic” dei media – il fatto è stato presentato come un esplosione di rabbia ingiustificata o l’espressione di un disagio, ma pochi lo hanno collegato con un discorso stigmatizzante ed escludente che dura in Italia ormai da molti anni e che i rom (e i pregiudizi su di loro ma anche le politiche o le non politiche adottate nei loro confronti) sono esattamente l’esempio paradigmatico di come il discorso razzista diremmo “da strada” si è saldato a un discorso razzista mediatico, inserendosi infine in un razzismo “istituzionale”, condotto da anni in molte città italiane attraverso policies che hanno aumentato la marginalizzazione, l’esclusione sociale, la devianza.

La Stampa si è scusata per il titolo del suo articolo riferito al finto stupro di Torino. Ci si accorge davvero solo ora di questi errori nella comunicazione?

Sicuramente le scuse di La Stampa sono un episodio da salutare con piacere. E rappresentano un’eccezione in un panorama giornalistico in cui è facile – soprattutto per chi come noi osserva sistematicamente l’informazione e la studia – imbattersi in testate e programmi che ogni tanto si ergono a moralizzatori o fanno la predica genericamente “ai media” per comportamenti che hanno adottato loro stessi, sulle loro stesse pagine, magari solo il giorno prima.  Anche loro tuttavia dicono che quel titolo è razzista solo “a verità emersa”, ma lo era anche se la verità fosse stata quella raccontata dalla ragazzina. Inoltre chiedono scusa ai lettori e a loro stessi: forse andavano aggiunti anche i rom. Il problema è proprio nell’uso delle etichette nazionali o “etniche” soprattutto nella titolazione delle notizie e come sostantivo che identifica i protagonisti (e non come aggettivo, che li qualifica): “il marocchino”, “il rumeno” (e non “operaio rumeno”, aggettivo); molti studi hanno segnalato come un uso del genere ha l’effetto di estendere nella percezione di chi legge – ovviamente in termini cumulativi – lo stigma relativo all’azione compiuta, magari un reato, al gruppo di appartenenza, spostando la responsabilità dall’individuo al gruppo e rafforzando gli stereotipi. Questo avviene con tutte le etichette e manifesta il tentativo affannoso del mondo del giornalismo di rappresentarsi una realtà in mutamento. Alcuni studi degli anni ottanta avevano sottolineato l’uso del termine “capellone” nei titoli delle brevi di cronaca durante gli anni settanta. “Capellone ruba auto” è analogo a un attuale “Albanese ruba auto”, e prima ancora le etichette relative alla provenienza regionale (“Calabrese ruba auto”). Si tratta di un etichettamento che “tipizza” il diverso, l’alieno, il nuovo in una società in mutamento e ciò purtroppo rinforza le percezioni stereotipe.

Quali attenzioni dovrebbero mettere i giornalisti nei loro articoli?

Dicevo che le scuse di La Stampa sono sicuramente apprezzabili ed è sicuramente il segnale che qualcosa si sta muovendo nel mondo dell’informazione. La Carta di Roma, protocollo deontologico dell’Ordine del Giornalisti su questo tema, sancisce la fine di ogni alibi, e quelle poche righe ospitate da La Stampa sono il segnale che nelle redazioni c’è dibattito. Questo è importante perché solo la stessa professione giornalistica, autonomamente e con il supporto di chi conosce i fenomeni in questione, può autoregolarsi, responsabilizzandosi e maturando l’esigenza di saperne di più e di formarsi. Una maggiore conoscenza dei fenomeni, percorsi di formazione e una migliore “cultura” dei giornalisti (che in realtà già si avverte in quelli più giovani) sono l’unico antidoto. Non si tratta di stabilire dei divieti (che in qualche modo lederebbero il diritto di cronaca), ma di sviluppare una consapevolezza che io amo definire “responsabilità sociale del giornalista”, vale a dire portare anche nelle notizie di cronaca o relative all’immigrazione la stessa accuratezza che si esige, ad esempio, dal giornalista scientifico o politico-economico. Nessuno perdonerebbe a un proprio redattore l’utilizzo come sinonimo dei termini “tasso di cambio” e “tasso di sconto” proprio perché sono due cose diverse, mentre un giornalista sportivo non potrebbe mai dire che Buffon è un attaccante. Eppure oggi accettiamo che si usino come sinonimi “clandestino” e “rifugiato”. La responsabilità del giornalista sta nella sua attenzione e nell’accuratezza con cui tratta la materia prima con cui costruirà il suo pezzo, ossia storie reali su cui non dovrebbero essere ammesse superficialità o, peggio, campagne ideologiche che a volte generano dolore.

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