Controversie, Etica e deontologia

L’Aquila, un processo alla scienza?

di Eleonora Viganò

Palazzo del Governo (Palazzo della Prefettura) - L'Aquila

Non si tratta di trovare un capro espiatorio né della solita assurdità all’italiana, ma, secondo il reportage di Nature di questa settimana, di un errore nella valutazione del rischio e nella capacità di scienziati e autorità di comunicarlo alla popolazione.

Stephen S. Hall svolge infatti un’attenta analisi sul processo aperto dalla Procura della Repubblica dell’Aquila contro la Commissione Grandi Rischi, accusata di negligenza e di omicidio colposo plurimo nel terremoto del 6 aprile 2009 che ha colpito il capoluogo abruzzese.

Ma andiamo con ordine. Nel giugno 2010 il sostituto procuratore Fabio Picuti ha aperto le indagini contro sei scienziati e contro il vice direttore della Protezione Civile, fomentando un focolaio di critiche da parte di tutto il mondo scientifico.

L’American Association for the Advancement of the Science (Aaas) e i principali esponenti della scienza italiana e internazionale hanno firmato appelli e petizioni in favore dei loro colleghi. Come si può prevedere un sisma? Impossibile accusare qualcuno di negligenza quando ci si occupa di rischio.

Hall ha svolto un’inchiesta accurata per capire se sul banco degli imputati ci sia realmente la scienza e ora, a pochi giorni dalla ripresa del processo, Nature propone i risultati ottenuti, ricchi di particolari sui giorni precedenti alla scossa, sul clima di tensione, sulle comunicazioni rilasciate da autorità e scienziati e sulla Commissione Grandi Rischi del 31 marzo, verificando anche il caso Giuliani e i suoi effetti.

Le persone coinvolte nel processo sono nomi importanti: Enzo Boschi, all’epoca presidente dell’ Istituto nazionale di geofisica e di vulcanologia, Franco Barberi, università Roma Tre, Mauro Dolce, responsabile dell’ufficio rischio sismico della Protezione Civile, Claudio Eva, dell’Università di Genova, Giulio Selvaggi (Ingv), Gian Michele Calvi, presidente dello European Centre for Training and Research in Earthquake Engineering di Pavia e Bernardo De Bernardinis della Protezione Civile.

Secondo Hall, e come emerge dalle parole dello stesso Picuti, la negligenza si è insediata nelle parole e nelle comunicazioni rilasciate direttamente o indirettamente alla popolazione. Ai cittadini non è arrivato un messaggio chiaro sull’incertezza della situazione, sulla natura probabilistica del settore nel quale quegli stessi scienziati lavorano ogni giorno, ma hanno avuto invece rassicurazioni non necessarie, che hanno impedito scelte consapevoli – stare in casa o evacuare – in base alle informazioni in possesso.

Le sette persone coinvolte quindi potrebbero non aver valutato il rischio o averlo valutato senza sapere come comunicarlo nel modo corretto per ridurre al minimo i danni.

E Picuti spiega: “So che non è possibile prevedere i terremoti. La base delle accuse non è questa. Come funzionari dello Stato avevano alcuni doveri imposti dalla legge, ossia valutare i rischi che erano presenti a L’Aquila. Parte di questa valutazione del rischio avrebbe dovuto includere la densità della popolazione urbana e la fragilità degli edifici antichi situati nel centro storico della città. Erano obbligati a valutare il grado di rischio dato da tutti questi fattori.”

Ed erano tenuti ad adottare la migliore strategia comunicativa, basata sulla trasparenza.

2 commenti

Alessio Cimarelli21/9/2011 alle 14:34

Proprio stamattina ne parla il Corriere, per mano di Virginia Piccolillo (cronaca) e Giovanni Caprara (commento). La prima è ineccepibile e racconta un aneddoto che inquadra bene la situazione: “Nessuno chiedeva di sapere l’ora esatta del terremoto, ma almeno di non dire in tv: ‘bevetevi una bottiglia di Montepulciano e tornate a casa’…”. Caprara invece torna sulle solite lamentele sull’assurdità di rimproverare alla scienza di non saper prevedere i terremoti… non è questo a essere al centro della questione, ma a quanto pare c’è qualcuno che fa orecchie da mercante…

Nico Pitrelli21/9/2011 alle 16:33

C’è un passaggio dell’articolo di Nature che secondo me merita particolarmente attenzione per chi si occupa di rapporti tra scienza, società e comunicazione. Si tratta di quando l’autore dell’articolo, Stephen Hall, chiede a Thomas Jordan, direttore del Southern California Earthquake Center, qual è il ruolo della scienza nella comunicazione del rischio. Jordan risponde che i ricercatori dovrebbero solo fornire informazioni mentre le decisioni le devono prendere i politici tenendo conto di quello che dice la scienza e di altri pareri.
Le parole di Jordan rispecchiano un modello lineare sia dei rapporti tra scienza e politica, sia della comunicazione del rischio. Sembrano non tenere conto di decenni di ricerca sociale sul tema.
Nell’approccio dello scienziato americano c’è posto per una sola ricetta di comunicazione, universalmente valida, in cui gli scienziati vivrebbero in un vacuum, come se le loro parole potessero ridursi unicamente a dati e risultati. Nella realtà non è così. Quando parlano, gli scienziati, rispondono ad aspettative diverse e le loro affermazioni investono piani differenti del discorso pubblico. Non è possibile separare nettamente l’informazione scientifica da valutazioni politiche, economiche, sociali che emergono dalle loro comunicazioni. Piuttosto che cercare arbitrarie linee di demarcazione sarebbe il caso di averne piena consapevolezza e regolarsi di conseguenza sul piano comunicativo. Questo dovrebbe essere particolarmente vero per chi ha responsabilità sociali molto importanti legate al proprio lavoro di ricerca.
Dovrebbe essere chiaro che non esiste la scelta migliore valida una volta per tutte. Le strategie più efficaci vanno cercate in un processo che va calibrato caso per caso, contesto per contesto, usando tutti gli strumenti messi a disposizione dall’esperienza e dalla ricerca sulla comunicazione della scienza. Se non si tiene conto dell’universo sociale e culturale dei destinatari e della molteplicità delle risposte possibili alle informazioni proposte si può andare incontro a risultati imprevisti, inclusa la possibilità di essere accusati di omicidio colposo per un terremoto. Non voglio entrare nel merito della facenda. Saranno i giudici a stabilire se ci sono delle responsabilità da parte dei membri della Commissione.
Mi sembra però che l’intera faccenda dimostri qual è la serietà con cui bisognerebbe affrontare le problematiche di comunicazione da parte degli scienziati, qual è la complessità culturale della comunicazione pubblica della scienza e quanto rischioso sia affidarsi a ricette comunicative preconfezionate così come a un’immagine monolitica dello scienziato-comunicatore, soprattutto quando deve operare in situazioni d’emergenza.

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