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“La cosa più importante è cambiare il modo in cui si cercano le informazioni”

di Giovanni Blandino

Bora Zivkovic

A inizio anno si è tenuto Science Online 2011, ormai popolare punto d’incontro del giornalismo scientifico digitale. A organizzarlo, per la quinta edizione consecutiva, Bora Zivkovic meglio conosciuto in rete come Coturnix. Jugoslavo di nascita (oggi sarebbe serbo), dal 1991 americano d’adozione, Bora vanta un passato da addestratore di cavalli e da studente di veterinaria e si presenta ora come esperto di ritmi circadiani e comportamento animale. Dal 2010 è capo redattore della rete di blog di Scientific American e principale responsabile della loro community digitale. Come è riuscito a farsi notare da una delle maggiori riviste scientifiche degli States? Scrivendo sul proprio blog.
Blogger dal 2003, Bora “come molti americani ha cominciato a postare e commentare durante le primarie dei Democratici”. Ora la sua creatura prediletta è A Blog Around The Clock. Blog eclettico come il suo creatore che tra pillole di cronobiologia, politica e psicologia, si rivela anche una vera e propria miniera di opinioni e idee sulla comunicazione della scienza, i nuovi media e il continuo mutamento del mondo del giornalismo scientifico. Se, come lui stesso ci ha raccontato, “il giornalista scientifico del futuro deve trasformare la propria persona e la propria scrittura in un marchio”, il brand Bora Zivkovic è davvero uno dei più originali in circolazione. Per questo lo abbiamo rintracciato e gli abbiamo chiesto in che acque nuoteranno i giornalisti scientifici del futuro e con quali competenze conviene presentarsi nel mondo dei new media. Le risposte? Una visione profonda del nostro mestiere e di quello che diventerà, e qualche interessante consiglio.

Innanzitutto vorrei la sua opinione sul fenomeno dei prosumer. Cosa sta accadendo? Cosa c’è di nuovo nel passaggio da un mero lettore di scienza a una persona che contribuisce all’ecosistema della notizia scrivendo blog, commentando, postando, etc…?

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Mi piace la parola prosumer, un termine che ha differenti sfumature di significato al suo interno. Ricorda la parola consumer, ma è qualcosa di diverso. Pro sta per proactive, ma anche per professional. Pro è il contrario di con,  è per qualcosa. Mi piacciono questi molteplici significati che puoi attingere dalla parola. Penso che il mondo stia cambiando e andando in quella direzione. Il XX secolo è stato il secolo in cui i media sono stati a senso unico:  qualcuno trasmette e gli altri leggono, ascoltano, guardano passivamente. Questo è uno stato del mondo abbastanza innaturale. Tradizionalmente, nei secoli passati le persone si sono scambiate informazioni a due o più direzioni. Per questo dico che il XX è un secolo artificiale.
Ciò che penso stia succedendo è che, con l’avvento della rete, sia più facile tornare a quel modo di comunicare in cui ognuno partecipa attivamente. Le  persone che hanno ormai passato un po’ di tempo sul web, trovano profondamente insoddisfacente incontrare di nuovo lo stile del XX secolo. Per esempio, se leggono un articolo in un sito di notizie e non ci sono modi di postare un commento. O anche se sono presenti degli ostacoli: la richiesta di registrazione o il log in. Il lettore non vuole questo,  pretende immediatamente la possibilità di rispondere.
Penso che questo sia un modo naturale per le persone di comunicare, il quale ha naturalmente anche un effetto di democratizzazione. I gatekeeper, chi sta ora decidendo quali sono i messaggi da passare, non hanno più il controllo ed è questo il motivo per cui lottano. Stanno perdendo il controllo, perché il pubblico può rispondere, può arricchire il messaggio con ogni sorta di prospettiva, visione, opinione e informazione. Può far questo in maniere diverse: commentando, tenendo un blog, con un twitter o tramite Facebook. Molte di queste persone sono migliori esperti della materia che un giornalista generalista la cui forza è nello scrivere, ma che non deve avere conoscenza così approfondita come quella di uno scienziato.
Da nessuna parte questo è ovvio come nella scienza,  perché la scienza richiede anni di lavoro e una expertise profonda. Tutto ciò è difficile da raggiungere per un profano dell’argomento, e il giornalista è un profano. Anche se sono giornalisti scientifici devono scrivere di tutto, dall’astronomia alla genetica alla geologia. E naturalmente non possono essere esperti in tutti questi campi.
Mentre gli scienziati e gli esperti in una particolare disciplina, possono focalizzasi solo su una cosa. Quindi io non andrò mai a scrivere di astronomia perché non sono un astronomo. E, visto che non sono un giornalista generalista, nessuno verrà mai a chiedermi di scrivere di astronomia.  Ma se c’è qualcosa che conosco in profondità, come ad esempio i ritmi circadiani o il comportamento animale, posso scrivere un pezzo che viene della mia competenza.  Non serve intervistare qualcun’altro, intervisto me stesso in quell’articolo, perché io sono l’esperto.
Così ci sono sempre più esperti che ogni giorno compaiono online, contribuendo con la propria competenza.

Quindi crede che questo tipo di prosumer possa avere più credibilità e autorevolezza del giornalista scientifico tradizionale?

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In molti casi sì. Naturalmente ci sono giornalisti e science writers eccellenti, ma uno scienziato in grado di spiegare tutti i dettagli ha necessariamente un livello di competenza di cui ci si può fidare. Perché questa competenza non viene dal semplice studio della letteratura,  ma dall’aver messo mano nel laboratorio, dall’esser stato immerso per anni, qualche volta decenni, nel gruppo di ricerca che sta affrontando i problemi di cui si sta parlando. Quindi la competenza di uno scienziato batte sempre quella del giornalista, non importa quanto bravo sia il giornalista. D’altra parte quest’ultimo probabilmente sarà uno scrittore migliore e avrà una piattaforma visibile da molte più persone. Che è il motivo per cui lo scienziato e il giornalista devono lavorare insieme. Anche il blogger più popolare non avrà mai così tanto pubblico come un giornalista che lavora per il Guardian o per la Bbc. Scambiarsi informazioni, linkarsi l’un con l’altro è un modo per scienziati esperti e bravi giornalisti di lavorare insieme.  Così da far arrivare il messaggio corretto a un numero maggiore di persone.

Pensa che questo potrebbe essere anche un modo per il giornalista scientifico di mantenere credibilità e autorevolezza all’interno del contesto dei new media?

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Naturalmente ci sono persone che promuovono idee non scientifiche o non completamente scientifiche. E lo fanno usando il linguaggio della scienza. Alcuni di loro potrebbero avere ad esempio un PhD in una materia non correlata al soggetto. Quindi avrai un dentista o un ingegnere che dice qualcosa riguardo il clima o l’evoluzione. Per il pubblico non esperto uno scienziato è uno scienziato, non vedono queste sottili distinzioni. Non si accorgono che qualcuno con un PhD in astronomia potrebbe non essere l’autorità più adatta quando si discute di evoluzione, e viceversa. Questo può diventare problema. Ad esempio in situazioni come quella di Freeman Dyson, che è un fantastico fisico e una personalità popolare, che sta negando il climate change. Agli occhi del pubblico Dyson è un grande scienziato, quindi deve sapere ciò di cui parla, mentre nell’ambiente scientifico si dice “Dyson non sa niente di climatologia, è un fisico!”. Capire chi veramente è un’autorità su un determinato argomento è spesso molto difficile non solo per il pubblico, ma anche per il giornalista che è un profano in materia.

Parliamo del futuro. Quali nuove forme di comunicazione digitale stanno emergendo nel giornalismo scientifico?

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Ciò che è davvero interessante riguarda la lunghezza. Il tradizionale articolo di giornale è di 400-500 parole. Questa in  in realtà sembra essere la lunghezza meno soddisfacente in assoluto. È qualcosa di troppo lungo per dare la notizia dell’ultim’ora,  ma non abbastanza per raccontare tutto ciò che è necessario spiegare riguardo allo studio scientifico. Quello che di solito è lasciato fuori è il contesto.
Ogni articolo che dà una notizia scientifica dovrebbe essere composto da due parti:  cosa sappiamo fino ad ora e cosa c’è di nuovo con l’ultima ricerca. Di solito 400 o 500 parole non sono abbastanza per coprire entrambe le parti, quindi il giornalista è costretto a focalizzarsi sulla novità, tralasciando il contesto. Senza il contesto però il pubblico rimane insoddisfatto, non riesce veramente a capire perché la ricerca è veramente importante e cosa c’è di diverso dalla news della settimana precedente.
Per dare la notizia dell’ultim’ora non c’è bisogno di andare al di là di un twitter, mentre per spiegare qual è la vera importanza della nuova ricerva e situarla all’interno del contesto storico, sociologico e filosofico è necessario andare più lunghi. E il web non impone limiti di lunghezza. Gli articoli più lunghi sembrano avere una reale potenza, attirano molto traffico, per molto tempo. Hanno durata, sono qualcosa che le persone mettono tra i preferiti e condividono per molto, molto tempo.
Parti importanti di questi articoli sono elementi che non sono parole: immagini, video, animazioni, visualizzazioni.  Questo sono tutte parti fondamentali per spiegare la materia in modo diversi a pubblici diversi. Per esempio c’è un servizio chiamato Dipity che permette alle persone di creare molto facilmente delle timeline, il che è perfetto per inserire la nuova ricerca in un contesto storico. Penso che assisteremo sempre più frequentemente a esperimenti di questo genere andando nel futuro:  forme più lunghe e condivisione di informazioni visuali.

Quali sono le principali competenze che un giornalista scientifico deve possedere oggi?

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La cosa più importante è cambiare il modo in cui si cercano le informazioni. Il giornalista tradizionale andrà su Google, chiamerà lo scienziato e naturalmente userà il comunicato stampa come base. È invece essenziale per il giornalista di oggi entrare nell’abitudine di cercare contemporaneamente in posti come Google Blog Search e in aggregatori come Research Blogging, Science Blogging e ScienceSeeker.  Lì troverà esperti che hanno già scritto qualcosa riguardo la ricerca di cui si parla, potrà approfondire di più l’argomento e aggirarerà qualche errore. Usare la blogosfera come fonte di informazioni affidabili è qualcosa che il giornalista scientifico deve imparare a fare. Inoltre, i blogger scientifici sono una fonte magnifica perché sono già communicatori: sono facili da trovare, parlano volentieri, sono veloci nel rispondere e  le loro risposte avranno un linguaggio comprensibile, con meno gergo tecnico, perché è qualcosa che stanno facendo da un po’ di tempo.
Infine, un’altra cosa importante è capire che il momento in cui la notizia è pubblicata non è la fine del processo, ma l’inizio. Invece di passare alla prossima notizia, il giornalista deve capire che i lettori stanno leggendo in quel momento il suo pezzo e vogliono contribuire con la loro opinione. A questo punto è dovere del giornalista attirare il pubblico e portarlo a rispondere, così da promuovere il proprio lavoro. Solo perché è sotto la bandiera di una grande azienda, come il Guardian o il New York Times, non vuol dire che il singolo giornalista non debba essere promosso. Perciò bisogna essere attivi su Twitter e Facebook, scrivere il proprio blog e così via, in modo da spingere il proprio articolo verso un più ampio pubblico, con cui costruire nel tempo una relazione di fiducia. Il giornalista come individuo diventa un marchio, più dell’azienda per cui sta scrivendo.

Quali sono i possibili modelli di business perché un giornalista scientifico possa vivere del proprio lavoro?

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Ci sono diversi modi.  Ma bisogna dire che lo scienziato che lavora nella ricerca o nell’insegnamento, scriverà solo per il piacere di scrivere, non aspettandosi alcuna retribuzione. Quindi ci sono una marea di persone disponibili a scrivere gratis, editando Wikipedia, tenendo il proprio blog o postando un video su Youtube. Per il modo in cui il web è strutturato e il modo in cui così tante persone sono a disponibili a scrivere gratis, il numero di persone che realmente possono vivere del proprio scrivere è destinato a restringersi. Quelli che rimangono, quelli che faranno carriera come scrittore professionista o giornalista, dovranno essere i migliori. E devono essere riconosciuti come individui, il che è un motivo in più per essere attivi online e per interagire con il pubblico, in modo che il pubblico possa iniziare a conoscerti come persona, in modo da portare il pubblico a fidarti di te, ad apprezzarti nel tempo.
Il tuo nome è un marchio. Anche se ti trasferisci da Discover a Scientific American il tuo nome viene con te e i tuoi lettori vengono con te. Tu dipendi molto di più sulle tue forze, sulla tua scrittura e sul tuo lavoro, che da qualsiasi tipo di compagnia per cui stai lavorando.
Quindi si formerà un’ecosistema in cui un più piccolo numero di persone saranno professionisti pagati per questo, ma quelli che lo saranno, saranno i migliori.
Che ruolo sociale può avere il nuovo giornalismo? Qual è il ruolo del giornalismo scientifico nel costruire una comunità digitale?

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Il giornalismo deve avere un paio di ruoli. Il primo è lavorare con gli scienziati, per aiutarli a dar forma al proprio linguaggio e alla propria scrittura. Il secondo è usare il sistema tradizionale dei media, di cui sono parte, per diffondere l’informazione. Lo scienziato che tiene un blog può avere qualche centinaia o forse migliaia di visitatori, ma il giornalista mainstream ne ha milioni. Questo è ciò che ci piace chiamare la push version del  giornalismo. Chi va a leggere un post in un blog scientifico è probabilmente una persona che già interessata alla scienza. Qualcuno che deve già sapere cosa sta cercando e dove trovare l’infomazione competente. Dall’altra parte ci sono i mass media, seguiti, ascoltati, letti da milioni di persone, di qualsiasi ceto e stile di vita. Alcuni di loro non sanno neanche di essere interessati alla scienza.
Il pubblico va a vedere il sito della Cnn, della Msnbc e della Bbc per vedere che succede di nuovo, cercando qualsiasi tipo di notizia: politica, economia, moda, cultura popolare. Ed è proprio lì che il giornalista scientifico deve avere uno spazio. Persone che altrimenti non sarebbero mai state spinte a cercare da soli l’informazione scientifica, avranno la notizia scientifica spinta (ndr. “pushed”, appunto) verso di loro. Questo è ciò che nessun blog fa, o forse non ancora, ma che le grandi compagnie riescono a fare. Possono spingere l’informazione.

Ascolta qui l’intervista integrale con Bora Zivkovic.

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