I pubblici della scienza, Politica della ricerca

La rivolta nel mondo arabo vuole la scienza per il cambiamento

di Enrico Febbo

Ibn Sina (Avicenna, 980-1037), Il canone della medicina

I media anglosassoni continuano ad affrontare un aspetto apparentemente secondario nella rivoluzione socio-politica in atto sulle sponde del Mediterraneo: il ruolo della ricerca scientifica. Dopo gli articoli di Nature il mese scorso sulla situazione tunisina (Ricerca scientifica e libertà della Tunisia), interviene con visioni ancora più ampie Naser Faruqui, direttore del Dipartimento di Scienze Politiche dell’International Development Research Centre di Ottawa, in Canada, affermando che le rivolte in atto in Tunisia, Egitto, Libia e altri paesi mediorientali offrono paradossalmente un’opportunità di capitale importanza, quella di sfruttare la scienza e i suoi valori per far progredire lo sviluppo sostenibile e l’apertura e la democrazia nel mondo islamico.

Durante il cosiddetto Medioevo europeo, il sapere scientifico e naturalistico degli scienziati islamici dominava il mondo. Gli inizi e l’apogeo del califfato ‘abbaside, nei secoli VIII-X conobbe una stagione di interesse e addirittura di entusiasmo per il pensiero greco. Quasi tutta la letteratura scientifica e filosofica greca fu allora resa disponibile ai lettori di lingua araba. Un fatto cosí significativo non si determinò grazie alle iniziative isolate di pochi studiosi affascinati dal sapere nuovo proveniente dall’Occidente. Fu in realtà la volontà largamente diffusa nella società arabo-islamica di farsi eredi del patrimonio scientifico e filosofico greco. In questa “età dell’oro” della scienza musulmana, si posero pietre miliari della conoscenza scientifica. Al-Khwarizmi sviluppò l’algebra e Il Canone di Medicina di Ibn Sina (latinizzato come Avicenna) è diventato il testo di riferimento utilizzato in Europa per secoli. Gli interrogativi e il dibattito sono l’essenza del metodo scientifico, e le basi di ogni società aperta. Non è sorprendente che, in questo periodo, il rispetto per la scienza abbia trasceso la religione e gli studiosi di tutte le fedi si scambiavano idee e saperi molto avanzati. Ma dopo il XIII secolo, le società musulmane caddero in un declino tuttora perdurante, caratterizzato dalla sfiducia nell’innovazione da parte dei leader musulmani. Di conseguenza, il mondo islamico di oggi è caratterizzata da bassi livelli di scienza, sviluppo e apertura.

Allora, si chiede Faruqui, come si può perseguire la scienza in un modo che porti allo sviluppo economico, sociale e delle libertà di espressione? La scienza mantiene come suoi obiettivi costitutivi l’equità e l’inclusione sociale oltre alla crescita. Molti paesi emergenti nel corso del loro recente e tumultuoso sviluppo hanno visto allargare il divario tra ricchi e poveri. La soluzione è quella di scegliere percorsi scientifici, tecnologici e di innovazione dei quali possa beneficiare la società nel suo complesso, non solo una ristretta elite.

Per sua stessa natura, la scienza è democratica, conclude Faruqui, e quindi osteggiata nelle società che non gradiscono il dibattito pubblico. “Ma una volta che apriamo la porta per la scienza, la luce si fa immediatamente strada e grandi cose possono accadere. I cambiamenti politici ora in atto in Egitto (e domani chissà dove in tutto il mondo musulmano – ndr) possono essere solo l’inizio”.

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