Controversie

L’eterna lotta tra scienziati e giornalisti: intervista a Luca Mercalli

di Eleonora Viganò

Credit: xcunhax.fotografia on Flickr

La storia è nota ma si ripropone ciclicamente. Come le vecchie coppie, scienziati e giornalisti si azzuffano, borbottano, fanno scenate, si accusano delle peggio cose ma alla fine sanno che non possono fare a meno l’uno dell’altra. A riproporre una variante dell’eterno refrain è questa volta un articolo del Guardian che ha un po’ il sapore delle tesi di luteriana memoria: “nove modi in cui vi dimostro perché gli scienziati non capiscono il giornalismo”.

Recita così il titolo dell’articolo scritto da , caporedattore di Nature, il quale ci spiega perché se la scienza fosse scritta da scienziati – e non da giornalisti – sarebbe noiosa. Mostra qualche esempio di blog “riuscito male” e analizza una per una le accuse che di solito gli scienziati muovono ai giornalisti: i titoli a effetto, la notizia che corre veloce nelle prime righe (non sempre), la sintesi eccessiva, l’apertura a voci minoritarie, l’attenzione al particolare rispetto a questioni di portata generale, l’insistenza su inutili e fuorvianti aspetti umani delle vicende scientifiche, ecc. Sono prassi e convenzioni che a volte lo scienziato non coglie e soprattutto non condivide (e non importa che ci si metta a spiegargliele, è la sua legittima opinione). Lo scienziato non è un giornalista, ma a volte pretende di dire come andrebbe svolto correttamente il mestiere dell’informazione. A sua volta il giornalista non è molto turbato se qua e là ci scappa qualche imprecisione. Che volete, è “la fretta”, “il caposervizio si infuria se non chiudo il pezzo”, “il giornale deve uscire”. Sono le frasi tipiche dei giornalisti quando vengono inchiodati di fronte a errori, omissioni o alla vera e propria evidenza che non hanno ben compreso i temi scientifici da loro trattati. Sotto sotto sogghignano: è la stampa bellezza, amano dire a se stessi (anche se di carta stampata ce n’è sempre di meno, ma questo è un altro discorso).

Al di là dell’aneddotica e delle strategie retoriche opportunamente messe in atto all’occorrenza dai due sfidanti, la questione vera è che si tratta di competenze professionali differenti: Il giornalismo (scientifico) ha regole e obiettivi (sì anche vendere, certo, perché nella scienza non ci sono interessi economici?) ed è una professione autonoma, non al servizio della scienza. Dall’altro lato chi vuole scrivere di scienza non può trattarla come lo sport, la cronaca o la moda. Deve riferirsi a un mondo culturale caratterizzato da pratiche, metodi, linguaggi e processi lavorativi specifici. Niente di diverso da molte altre professioni, se non fosse che la scienza, per molti ricercatori, è il il modo migliore inventato dall’uomo per estrarre conoscenza obiettiva attraverso il confronto tra teorie e fatti, e nient’altro, con lo scopo ultimo di scoprire la verità sul mondo naturale. Così si capisce allora un po’ di più perché gli scienziati insistono tanto per avere un trattamento di riguardo da parte del mondo dell’informazione.
La vecchia coppia sa però che alla fine deve convivere e allora meglio interagire senza scontrarsi troppo. Ma come?
Ananyo Bhattacharya fornisce la sua ricetta, che ha già suscitato diversi commenti, alcuni dei quali molto arrabbiati. Forse l’approccio di Bhattachayra non è dei più diplomatici ma mette sul tavolo la questione in modo trasparente, da giornalista altrettanto, e spesso a ragione, infastidito dai comportamenti degli scienziati.

Per cercare di capire se esistono vie di fuga alternative allo scontro, abbiamo chiesto un parere a Luca Mercalli, metereologo, climatologo, noto al grande pubblico italiano grazie alla partecipazione alla trasmissione televisiva Che tempo che fa, con esperienze editoriali e anche collaboratore assiduo di quotidiani (vent’anni a Repubblica, due anni a La Stampa insieme alla direzione della rivista specializzata Nimbus). Mercalli separa il giornalismo scientifico distinguendolo dagli altri, e suggerisce un’adeguata formazione …

Qual è l’aspetto dei giornalisti/giornalismo che le dà più fastidio e la rende indisponibile?

Il sapere tecnico-scientifico è oggi divenuto sterminato e complesso e non è possibile approcciarsi in modo superficiale a qualsivoglia notizia se non si ha almeno una base di formazione in materie scientifiche. Detesto prima di tutto giornalisti generici completamente privi delle basi elementari per comunicare un concetto scientifico, anche semplice: unità di misura sbagliate e terminologia fuori luogo, e tutto questo nell’era di internet, dove basta una semplice e rapida verifica per migliorarsi e migliorare il pezzo. Vent’anni fa c’era solo la Treccani in biblioteca e nei tempi brevi della scrittura di un articolo si faceva come si poteva (il mio metodo era semplicemente non scrivere ciò di cui non ero sicuro, meglio una non-informazione che un’informazione errata). Temibile poi l’abitudine a sfoderare titoli sensazionalisti che creano confusione su argomenti delicati, oppure l’utilizzo perentorio dell’indicativo quando sarebbe opportuno il condizionale: un titolo malfatto è in grado di distruggere un buon articolo.

Un elemento positivo del giornalista (scientifico) o una mancanza perdonata ?

Anche il giornalista scientifico rispetto al giornalista generalista non può comunque aver la presunzione di esprimersi su ogni campo del sapere: è vero che ha un training critico e di metodo che gli permette di documentarsi in molti settori (ricerca delle fonti bibliografiche, analisi dei dati e sensibilità per gli ambienti della ricerca e i loro pregi e difetti), ma di nuovo, la grande specializzazione dei settori di ricerca impedisce una preparazione valida in tutte le discipline. Io non sarei in grado di scrivere un buon pezzo sulle biotecnologie.

Cosa critica invece negli scienziati?
Gli scienziati e i ricercatori al contrario spesso non sono preparati a diffondere in modo semplice, conciso e incisivo i risultati del proprio lavoro. Sono prolissi e dispersivi, oppure criptici. Si perdono in mille dettagli e mille distinguo per non dispiacere ai propri colleghi e anche per mettersi al riparo delle loro critiche, e non capiscono che stanno invece parlando a coloro che sono al di fuori del loro ambito, per i quali conta solo capire un inquadramento del problema e il risultato finale di un certo percorso di ricerca, beninteso corredato dalle necessarie cautele se è ancora incerto o in fase di studio.

Un suggerimento per questa professione?

A questo proposito, ritengo che sia molto meglio formare giornalisticamente un ricercatore, che formare scientificamente un giornalista. Personalmente provengo dalla ricerca e ho imparato a fare giornalismo scientifico in un settore specifico, quello del clima, come tanti miei colleghi lo fanno per la fisica, la matematica, la botanica o la medicina. Vedrei bene che ogni categoria di scienziati potesse esprimere una certa quota di giornalisti specializzati, piuttosto che cercare di appiccicare a un giornalista privo di training scientifico poche nozioni posticce.

Mi racconta un aneddoto, un episodio emblematico nella costruzione di un pezzo?
Nella mia carriera di editorialista spesso ho dovuto lottare con un titolo sbagliato o con una grafica male interpretata.
Mai invece ho ricevuto condizionamenti sul contenuto del pezzo.
Una volta però che alle didascalie delle figure era stata affibbiata una considerazione del tutto opposta al senso del mio pezzo a cui si riferivano, alle mie rimostranze il redattore mi ha risposto che dovevo aver pazienza, perchè esiste “una realtà scientifica e una realtà redazionale.”

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