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Mappe e cittadinanza attiva: quando il crowdsourcing parla italiano

di Alessio Cimarelli

Mappa dei progetti italiani su Crowdmap (jenkin.crowdmap.com)

Napoli e la Campania in generale sono periodicamente attanagliati dall’emergenza rifiuti. Ormai da diversi anni l’allarme declina e si intensifica, portando a fenomeni critici come manifestazioni di piazza, battaglie in strada tra cittadini e forze dell’ordine, montagne di monnezza sotto i balconi delle case, pericolo di incendi devastanti. Una delle chiavi per comprendere fenomeni di questo tipo e tentare di governarli sta nella consapevolezza il più precisa e oggettiva possibile della situazione. Sta cioè nella raccolta di dati certi sull’ammontare dell’immondizia nelle strade, sulla dislocazione e lo stato di attività delle discariche e degli impianti di smaltimento, sulle dinamiche di raccolta dei rifiuti, ecc. Soprattutto in un contesto di emergenza territoriale le conoscenze di tipo geografico sono fondamentali: bisogna sapere cosa, quando e in particolare dove.

Tutto questo era senza dubbio ben presente a Pietro Blu Giandonato quando il 1° Dicembre dell’anno scorso ha deciso di tentare la strada della geolocalizzazione dell’immondizia nella capitale partenopea, notando che “in TV o in radio sentiamo spesso citare cifre riguardanti il tonnellaggio di rifiuti in giro per Napoli, ma manca totalmente la rappresentazione spaziale di questo fenomeno”. Fin da subito, però, non ha minimamente pensato di attraversare Napoli in lungo e in largo da solo in caccia di tutte le situazioni critiche: ha avuto l’idea di farsi aiutare dagli stessi cittadini della città, che vivono quotidianamente l’emergenza mentre svolgono le proprie normali attività. È nata così Rifiutiamoci, una mappa interattiva e partecipativa che raccoglie le segnalazioni dei cittadini di Napoli, le classifica in varie categorie e le visualizza comodamente su una pagina on-line pubblica.

Il fenomeno crowdsourcing

Coinvolgere il pubblico in progetti partecipativi con l’esplicito scopo di produrre nuova conoscenza condivisa sfruttando quella distribuita di una popolazione. Accentrare i micro-contributi di una miriade di persone indipendenti tra loro per far emergere macro-fenomeni o dinamiche collettive. Letteralmente, usare la folla come risorsa. È questa l’idea di fondo del crowdsourcing e in generale di tutti quei fenomeni il cui nome contiene la parola crowd: crowdfunding, crowdmapping, ecc. Non si tratta di novità assolute, basti pensare che la realizzazione più ovvia del crowdfunding è l’elemosina. La loro moderna declinazione digitale, però, unitamente alla diffusione sempre più globale e capillare dell’accesso a Internet e delle tecnologie mobile, sta rivelando potenzialità insospettate in una grande varietà di ambiti di applicazione, non ultimo quello del giornalismo. La grande innovazione rispetto al tradizionale lavoro d’inchiesta sul campo è l’insieme degli strumenti che oggi possono coadiuvare questo lavoro, caratterizzati da una grande potenza espressiva, un’inedita flessibilità e soprattutto una incredibile facilità di accesso e d’uso, garantita a chiunque e non solo agli operatori dell’informazione.

Nell’ambito della raccolta e gestione di informazioni geograficamente localizzate si sta imponendo negli ultimi mesi uno strumento le cui caratteristiche e la cui storia sono particolarmente indicative: si tratta di Crowdmap, sviluppato dalla società no-profit Ushahidi.

Ushahidi e l’informazione libera

Ushahidi, che in lingua Swahili significa testimonianza, è di fatto una società tecnologica che sviluppa software, ma affonda le sue radici nel mondo del giornalismo. Un passaggio del suo manifesto è emblematico: “costruiamo strumenti per la democratizzazione dell’informazione, per aumentare la trasparenza e minimizzare le barriere tra gli individui nel condividere le proprie storie; siamo una organizzazione dirompente disposta a correre ogni rischio per cambiare il modo tradizionale con cui l’informazione si muove”. E infatti non a caso nasce da un’iniziativa di citizen journalism della fine del 2007 in Kenya, nel pieno di un’ondata di violenza sorta in seguito alle elezioni politiche di quell’anno. Almeno negli intenti non si differenzia molto da altre organizzazioni come WikiLeaks, che fanno della trasparenza e della gestione dal basso dell’informazione la propria bandiera. Ushahidi e WikiLeaks hanno in comune molti elementi nella loro strada verso il successo e la notorietà. Entrambe sono nate trattando contesti di crisi: nel primo caso i disordini civili e politici in Kenya; nel secondo prima i dossier segreti della guerra in Afghanistan, poi di quella in Iraq. La fama di entrambe è esplosa a seguito di successi strepitosi e inattesi: nel primo caso l’appoggio agli aiuti nella crisi umanitaria ad Haiti in seguito al terremoto; nel secondo la diffusione delle note diplomatiche confidenziali degli Stati Uniti. La loro consacrazione è avvenuta attraverso il riconoscimento da parte della stampa tradizionale: nel primo caso l’uso della piattaforma Crowdmap da parte del The Guardian; nel secondo gli accordi di diffusione delle notizie con i più influenti giornali del mondo, tra cui il New York Times. Sicuramente la natura delle notizie veicolate ha però segnato destini economici molto differenti: Ushahidi è oggi supportata da colossi come Google e la Mozilla Foundation, mentre WikiLeaks si è vista boicottare dai principali servizi di credito e di pagamento on-line come PayPal e MasterCard.

Il progetto Crowdmap

Quello di Ushahidi è un progetto più propriamente di crowdsourcing rispetto a WikiLeaks. L’obiettivo è fornire una piattaforma tecnologicamente avanzata capace di raccogliere nel modo più semplice e intuitivo possibile le segnalazioni geograficamente localizzate degli utenti, di verificarle, analizzarle ed elaborarle fino a produrre una mappa interattiva che riassuma l’informazione globale emergente dalle singole segnalazioni. Crowdmap è una versione di questa piattaforma accessibile via Internet mediante un qualsiasi browser, ennesimo esempio del sempre più esteso fenomeno del cloud computing. È cioè un’applicazione web che permette di fare tutto on-line, con pochi click e gratuitamente e che quindi permette di andare ben oltre l’ambito delle crisi regionali in cui è nato Ushahidi, aprendo le porte del crowdmapping a qualsiasi iniziativa che richieda l’analisi di dati georeferenziati. Dati che possono confluire nella piattaforma attraverso moltissimi canali diversi, che vanno da una normale pagina web, agli SMS, ai tweet e alle e-mail. Il successo dell’iniziativa è evidente dai risultati del 2010: oltre 4 mila mappe create hanno raccolto più di 250 mila segnalazioni in tutto il mondo. Esempi famosi, oltre a quella del terremoto di Haiti, sono le mappe delle alluvioni in Pakistan, dell’economia della Liberia, delle manifestazioni in Sudan, degli incendi attorno a Mosca della scorsa estate. La BBC ha usato Crowdmap per monitorare in tempo reale l’ultimo sciopero del trasporto pubblico a Londra, il The Guardian per seguire la recente visita del Papa Benedetto XVI in Inghilterra, con tanto di segnalazioni di miracoli.

Soprattutto questi ultimi esempi dimostrano l’utilità e la potenzialità di questi strumenti nel lavoro giornalistico, da almeno due punti di vista: raccolta e analisi di informazione da parte di fonti presenti sul campo; modalità di comunicazione di una notizia, in aggiunta al testo dell’articolo. Naturalmente nel primo caso si pone la questione della verifica dei dati, provenienti da fonti spontanee e per lo più sconosciute. In alcuni casi, come quello italiano della mappa della cronaca nera di Milano, il problema è aggirato perché di fatto la fonte è una sola, il giornalista stesso, che trova nelle nuove tecnologie digitali solo un’interfaccia grafica per il vecchio lavoro di archivio. Ma evidentemente non si tratta più, o ancora, di crowdsourcing. Qui il lavoro di controllo delle informazioni è necessario come in qualsiasi altro contesto, ma nel caso di un’alta partecipazione la sostanziale indipendenza delle persone coinvolte viene in aiuto: segnalazioni coerenti tra loro possono verificarsi a vicenda, facendo emergere un auto-controllo dall’intelligenza collettiva della folla.

Il crowdmapping in Italia

In Italia tutto questo è ancora ai primi passi. Soprattutto i pochi progetti attivi su Crowdmap sono iniziativa di singoli o di piccole associazioni di cittadinanza attiva, anche se c’è qualche interessante eccezione. Un esempio è Orciano 2010, un esperimento della Protezione Civile che l’anno scorso ha inserito l’uso di Crowdmap in un’esercitazione presso Rosignano Marittimo. Il più partecipato, e probabilmente il primo esempio italiano, è Open Foreste Italiane, una mappa che raccoglie segnalazioni di vario tipo sul patrimonio boschivo della penisola, sia da cittadini che da operatori forestali. Significativo è l’uso che ne è stato fatto nel progetto Aquila Earthquake 2009, il cui obiettivo mirava a identificare le zone dell’Italia che hanno accolto gli aquilani senza casa all’indomani del devastante terremoto del 2009. Ci sono alcuni altri esempi minori, ma a parte Open Foreste, tutti i progetti menzionati hanno visto una bassa partecipazione e comunque sono rimasti fermi dopo poche settimane dall’apertura. Lo stesso Pietro Blu Giandonato, autore di Rifiutiamoci, spiega in un commento al post di Lorenza Parisi su Nova100 lo scarso successo della propria iniziativa: “è probabile sia uno strumento ancora troppo legato alla disponibilità e allo scarso utilizzo evoluto degli strumenti tecnologici da parte dei cittadini, ma in effetti l’ho concepito anche come esperimento sociale”.

Ora che le difficoltà meramente tecniche sono risolte grazie ad applicazioni avanzate e open-source come Crowdmap, insomma, il principale ostacolo sembra sia la capacità di coinvolgimento dei cittadini in iniziative di citizen journalism. Il successo di queste iniziative non può cioè prescindere dalle capacità di comunicazione e di diffusione di chi le propone.

I piccoli numeri del crowdmapping italiano non permettono ancora di fare analisi significative sul fenomeno, ma una mappa delle segnalazioni accolte dai progetti citati mostra una loro maggiore provenienza dal Centro e dalle zone attorno ai principali centri urbani (Napoli, Roma, L’Aquila, Firenze, Cagliari). Il successo di Crowdmap all’estero, comunque, mette in evidenza le potenzialità di questo strumento, in particolare associato alle esigenze del giornalismo dal basso, e le modalità con cui è stato finora usato in Italia fanno credere che anche qui la spinta all’innovazione verrà da stakeholders radicati sul territorio, più che dal giornalismo tradizionale.

1 commento

Alessio Cimarelli12/4/2011 alle 13:26

Segnalo la nascita di una nuova meta mappa delle iniziative italiane di crowd mapping (http://italycrowdsourcing.crowdmap.com/main) gestita dalla creatrice di Open Foreste Italiane e Orciano 2010: http://www.elenarapisardi.com/ . In questo progetto confluiranno anche le segnalazioni raccolte in http://jenkin.crowdmap.com/ .

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