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“Mettere un semino e farlo crescere finché non diventa una poltrona”. I consigli di Daniela Minerva per i futuri giornalisti scientifici

di Mara Mazzola

credit: espresso.repubblica.it

Tenacia, un pizzico di arroganza e tanto studio. Ecco gli ingredienti suggeriti da Daniela Minerva, da più di 25 anni giornalista scientifica per L’Espresso, per diventare dei bravi comunicatori della scienza. L’abbiamo intervistata per farci raccontare il suo percorso e darci qualche consiglio utile.

Cosa l’ha portata al giornalismo scientifico: gli studi, la passione o cos’altro?

Sono sempre stata una lettrice di giornali avida e vorace: leggendo avevo la sensazione fastidiosa che gli argomenti scientifici non venissero raccontati in una prospettiva politica ampia. Era l’inizio degli anni Ottanta e la comunicazione scientifica era di fatto divulgazione. Sui giornali passava quella sensazione di “strano ma vero”, nonostante era proprio in quel periodo che nascevano i ragionamenti su scienza e società. Erano gli anni in cui ci si cominciava a chiedere cosa era di fatto la scienza in un contesto politico e sociale più ampio. Allora facevo filosofia all’università di Bologna, stavo già facendo la tesi e non avevo nessuna intenzione di fare poi la ricercatrice.

E così un po’ per caso conobbi Carlo Bernardini e con lui iniziai un percorso diverso, cambiai tesi di laurea e stetti per sei mesi in un laboratorio di microscopia elettronica con dei fisici sperimentali per raccontare quello che facevano, una sorta di “cronache da laboratorio”. Penso che la tesi fu accettata dal Senato Accademico perché Carlo si appassionò a questa piccola follia e convinse i colleghi. Ma fu proprio l’anomalia della mia tesi e del mio percorso di studi che mi permisero di vincere una borsa di studio Fulbright: nel ‘83 partii per la California per frequentare un master in comunicazione scientifica.

Quindi possiamo dire che lei si è avvicinata al giornalismo scientifico perché insoddisfatta di quello che leggeva e le faceva storcere un po’ il naso.

Penso che a quell’età una persona debba avere dei sogni ed essere un po’ presuntuosa. Dopo tanti anni di carriera nei giornali pensandomi allora mi vedo come una ragazzetta che pensava di poter correggere i vizi della comunicazione. Credo anche che all’inizio della carriera se non si è animati da presunzione e desiderio di sbaragliare le carte non si va avanti.

Si ricorda il suo primo articolo pubblicato?

Usci su Noi Donne, mensile edito dall’UDI, Unione Donne in Italia, organizzazione delle donne del partito socialista. Era un giornale bellissimo, scritto da donne straordinarie. Il primo direttore si chiamava Annamaria Guadagni, giornalista di rango che poi ha fatto una carriera brillante. Io scrissi un articolo sulle donne di scienza, mi pare fosse il 1978.

Mai come in questi mesi la questione di genere è attuale: quanto nella sua carriera di giornalista scientifica ha influito l’essere donna?

Ho una storia femminista e il mio sguardo di donna ha improntato tutto quello che ho scritto, dalla prima all’ultima riga. Sono molto fiera che questa prospettiva di genere sia oggi venuta di  moda, ma è stato un lavoro lungo e tenace fatto da molte donne.

All’inizio degli anni Ottanta feci parte di uno dei primi coordinamenti donna e scienza. Ho scritto molte cose su questo argomento, insieme a Francesca Molfino, Elisa Molinari, poi con il gruppo di Bologna e di Torino con Anita Calcatelli.

Adesso vedo che le ragazze si appassionano e mi sembra una cosa molto bella.

Come e quando ha iniziato a lavorare per L’Espresso?

Nel ‘85 incontrai il caposervizio Enrico Pedemonte a una cena del CNR. Allora collaboravo con Rinascita, settimanale del partito comunista. Lo attaccai furibondamente perché sulla testata non si parlava di disarmo, di armamenti e di quella tragedia incombente quale era la guerra nucleare. Enrico fu così colpito che mi chiese un pezzo.

Il giornalismo scientifico dagli anni Ottanta si è evoluto e ha fatto probabilmente molti passi in avanti. Lei che ha vissuto questo periodo, quali trasformazioni ha visto?

Innanzitutto una piccola nota personale: credo che la Sissa e le altre scuole di giornalismo che sono venute dopo hanno formato una gran numero di giovani molto validi che hanno una capacità di lettura, di interpretazione e di raccontare assolutamente originale.
In uno sguardo più ampio mi pare che oggi il giornalismo medico e scientifico siano un po’ acciaccati: ci sono molti giornali che fanno informazione cattiva, squallida e molto influenzata da determinanti economiche.
Dall’altra però è entrata nel giornalismo, in particolare in quello ambientale, una grande vis politica e quindi la lezione degli anni Settanta è stata in un qualche modo recepita.

Consigli per gli aspiranti giornalisti scientifici?

Non è una domanda facile. Penso che serva una determinazione notevole, originalità, capire bene cosa sta succedendo. Credo che se una cosa sia cambiata rispetto al passato è certamente il fatto che bisogna essere molto specializzati, bisogna operare nelle nicchie, farsi un nome e delle fonti di ferro e bisogna capire bene i problemi di cui si vuole parlare.

Quindi passione e formazione innanzitutto.

Bisogna studiare, questa è una cosa che chi vuole fare giornalismo scientifico deve comprendere, non deve stancarsi di approfondire perché altrimenti finisce con lo scrivere con approssimazione e con l’essere un po’ cialtrone.
Accanto a questo consiglierei di non fossilizzarsi: i tempi sono molto fluidi, di spazi ce ne sono pochi e bisogna saperli prendere.
Bisogna mettere un semino, farlo crescere crescere crescere finché non diventa, come si dice, una poltrona.

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