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Musiche celesti e costellazioni morte: quando l’astronomia la fanno gli artisti

di Roberto Inchingolo

I dati scientifici diventano sempre di più fonte d’ispirazione artistica, soprattutto quelli che riguardano stelle, galassie e pianeti.
Abbiamo già parlato di come volumi di dati grezzi possono essere trasformati in vere e proprie opere facili da comprendere e belle da vedere. Nello stesso filone di sperimentazione si muove Katie Paterson, artista britannica, specializzatasi nel campo dell’astronomia grazie a un’assidua frequentazione di fisici e vari esperti nello studio di corpi e fenomeni esterni all’atmosfera terrestre. Sua è la mappa delle stelle morte: una grande parete nera che mostra 27mila tra supernove, pulsar e nane bianche, insomma stelle estinte conosciute. Realizzata mettendo assieme migliaia di dati di osservazioni del cielo notturno, questa sorta di costellazione al contrario è stata esposta alla TATE gallery di Londra. Le spettacolari immagini del cosmo a cui ci hanno abituato i telescopi potranno non essere più l’unico modo per ammirare lo spazio profondo.

Solo immagini? Anche l’orecchio vuole la sua parte. E così il gruppo musicale One Ring Zero ha dedicato il suo ultimo album, PLANETS, proprio ai pianeti del sistema solare.  Certo, l’aveva già fatto Gustav Holst nel 1914,  ma questa volta si parla anche degli scienziati e delle missioni spaziali che hanno contribuito all’esplorazione dello cosmo. “Appena abbiamo saputo che la International Astronomical Union aveva degradato Plutone allo stato di planetoide, abbiamo scritto una canzone sull’argomento. Da lì è partita per un intero album” spiega il gruppo in un’intervista a Seed Magazine. “C’è molta documentazione scientifica dietro ogni canzone. Cose come tipo di atmosfera, periodo di rotazione e numero di satelliti hanno contribuito a determinare il sound di ogni pezzo”.  I prossimi concerti, manco a dirlo, sono previsti presso i planetari scientifici.

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