Etica e deontologia

Non siamo i cani da guardia del potere

di Nico Pitrelli

Copertina su Hwang Woo-Suk. Credit: life.com

Eric Jensen, in un articolo su Media, Culture & Society, dà un colpo di grazia ai giornalisti scientifici che si sentono investiti del ruolo di strenui difensori degli interessi pubblici. A parole tali professionisti si percepiscono autonomi e fieri, ma nella praticaccia quotidiana le cose stanno ben diversamente. Se infatti fosse vero che nel giornalismo scientifico il “quarto potere” è vivo e lotta insieme a noi, come è stato possibile, si chiede Jensen, il caso Hwang Woo-Suk?  Per inciso, si tratta dello scienziato che qualche anno fa era stato accolto dalla stampa internazionale come il nuovo profeta mondiale della clonazione terapeutica per poi rivelarsi, a pochi mesi di distanza, un indefesso e disinvolto esperto, non tanto di trasferimento nucleare, ma di pratiche fraudolente.

Ok, di sicuro c’è stata qualche crepa, per essere diplomatici, nel sistema della peer-review. E’ altrettanto vero, come scriveva Pietro Greco qualche tempo fa, che le ricerche di Hwang riguardano un settore dove gli interessi commerciali e le ricadute sociali sono fortissime, per cui casi di corruzione e cattiva condotta devono essere messi in conto. Ma secondo Jensen, le motivazioni della quasi totale mancanza di spirito critico nella pratica contemporanea del giornalismo scientifico e in particolare nel caso Hwang, sono più profonde.

Per capirle, il sociologo britannico ha realizzato una ventina d’interviste in profondità a professionisti impiegati in quotidiani d’elitè inglesi e americani, arrivando alla conclusione che ci sono quattro fattori cruciali che spiegano l’illusio giornalistica di percepirsi come un potere di controllo su altri poteri:

  • una mentalità da pecore. In altre parole, se un argomento lo copre il giornale concorrente lo devo fare anch’io. In termini più eleganti è “l’effetto di agenda setting intermediale”;
  • vincoli economici e organizzativi, in cui non aiuta certo l’ethos capitalistico che governa l’industria dell’informazione;
  • l’aspirazione di finire in prima pagina. Molti degli intervistati dicono che quando questo accade è un bene per la scienza. Forse lo è anche per loro;
  • l’atteggiamento prevalentemente positivo nei confronti della scienza.

Quello davvero caratteristico mi sembra l’ultimo dei punti elencati. Tradizionalmente il giornalismo scientifico non ha mai avuto una spiccata propensione a giocare il ruolo di watch-dog, ma piuttosto, come è noto, quello di cassa di risonanza-traduttore del mondo della ricerca.
La funzione di difesa della democrazia è rivendicata storicamente da altri settori dell’informazione e appartiene a una retorica tanto diffusa, quanto poco credibile se diamo ragione a Jensen, del giornalismo contemporaneo in generale.

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