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Quale cittadinanza per le donne?

di Giuseppina Pulcrano

INTERVISTA A CHIARA SARACENO SU “CITTADINI A METÀ”

Chiara Saraceno, già ordinario di sociologia della famiglia presso l’Università di Torino, è autrice di numerosi testi sul cambiamento della famiglia e sulle politiche famigliari, sulle povertà, sulle politiche sociali e sulle problematiche di genere e femminili. Il suo libro più recente, Cittadini a metà: come hanno rubato i diritti agli italiani, invita alla riflessione su temi che possono sembrare scontati ma che costituiscono i pilastri mancanti per una vera democrazia. Perché la parità tra uomo e donna, solo dichiarata e non applicata nel lavoro, nella politica e nell’economia, marca la linea di separazione tra uno stato democratico e uno stato a metà.

“Le disuguaglianze sociali fondamentali”, dice Saraceno, “sono, infatti di due tipi. Esse riguardano da un lato l’accesso alle risorse materiali, dall’altro il potere di influire sulle condizioni di vita proprie e altrui e di ottenere riconoscimento. Siamo di fronte a una democrazia bloccata e a una gerarchizzazione delle possibilità di cittadinanza, con cittadini di serie A e di serie B”.

Partiamo dal lavoro. Le donne sono ancora discriminate?

“La discriminazione c’è, ed è un percorso che inizia molto presto. Tra pochi giorni usciranno i dati di Alma Laurea che dimostrano come, a parità di titolo di studio, addirittura di tipo di titolo di studio, anche confrontando le ingegnere con gli ingegneri, le mediche con i medici, a tre anni dalla laurea, le donne giovani, a prescindere che si siano fatte una famiglia, sono più spesso nei contratti precari, più difficilmente passano dal contratto precario al contratto a tempo indeterminato, prendono meno soldi e in più con le differenze tra nord e sud”.

Le quote potrebbero aiutare?

“Arriviamo alla questione delle quote. Da diversi anni tento di riformulare la questione dicendo che il problema non è la quota femminile ma la quota maschile o meglio il monopolio. Siamo in una situazione monopolistica. Quindi il problema è trovare dei meccanismi anche monopolistici che impediscano che un genere, e chi ha potere in questo tipo di genere, monopolizzi tutte o quasi tutte le risorse di potere sia in campo economico, sociale e politico o altro. Questo è un problema democratico. Le quote sono da concepirsi più in funzione di contrasto al monopolio e non come difesa di una quota protetta; la quota solo come meccanismo che auspicabilmente nel tempo diventa inutile, perché si è rotto il meccanismo di riproduzione del monopolio”.

Veniamo alla democrazia partecipata. Nel processo per raggiungerla, la “cittadinanza scientifica” gioca qualche ruolo, secondo lei?

“La democrazia partecipata per me è indipendente dal fatto che uno sia un grande studioso. Per me la democrazia partecipata può esserci solo se tutti hanno accesso alle informazioni importanti”.

L’Unione europea ha chiesto agli Stati un maggiore impegno in conoscenza e innovazione. Cosa ne pensa?

“Mi permetto di dire che l’Europa dice una cosa e poi la nega, perché quello che sta facendo per la crisi economica e finanziaria va tutto contro la democrazia partecipata. Hanno impedito il referendum in Grecia, stanno commissariando i paesi più deboli. Non basta dire che ci vuole l’innovazione scientifica e tecnologica per dire che questo ci garantirà la cittadinanza democratica”.

Si, ma allora?

“Sono assolutamente convinta che più informazione, più istruzione, più democrazia nella diffusione della conoscenza creano una cittadinanza competente”.

Nel suo libro si parla di diritti mancati a cui sopperisce la famiglia. In che senso?

“Non è tanto la famiglia in sé, quanto il fatto che il nostro paese ed è certificato anche dall’OCSE,
fonte non radicale è uno fra quelli in cui l’origine famigliare conta di più, perché i meccanismi redistributivi, finanziari, dell’istruzione e del riconoscimento del merito sono più ridotti. L’origine di nascita pesa molto di più perché gli altri circuiti non funzionano. Il problema non sta nella famiglia, ma nel fatto che la famiglia è la risorsa principale”.

In quali campi si dovrebbe intervenire per limitare i danni delle discriminazioni di genere nel lavoro, visto che le donne hanno anche il peso della famiglia?

“Agli uomini non viene mai chiesto: o lavori o hai una famiglia. Occorre investire nell’istruzione e nelle politiche sociali, ma purtroppo nel nostro paese sono state poco sviluppate, e questo danneggia chi è in condizioni più modeste”.

Nel suo libro si parla anche di rapporto tra Stato e Chiesa…

“Il problema è come si pone lo Stato nei confronti delle richieste della Chiesa. Come cittadina mi interrogo sull’acquiescenza alle richieste della Chiesa da parte dei governi, della politica, dei partiti”.

E le donne in politica? Cosa dovrebbero fare?

“Sono troppo poche, e molto legate ai loro partiti. Ma dovrebbero fare un po’ più di massa critica”.

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