Competenze e formazione, Nuove fonti

Quando il giornalismo è ovunque

di Eleonora Viganò

"twitter press"

La primavera araba, la guerriglia di Roma, la manifestazione “Occupy Wall Street”, così come altri eventi seguiti in tutto il mondo, hanno un denominatore comune: le notizie, le informazioni, gli sviluppi sono stati snocciolati in tempi rapidi attraverso twitter, facebook, youtube da chi si trovava lì in quel momento, dai dimostranti, da chi veniva coinvolto per caso, da chi era interessato e riprendeva le scene con il proprio cellulare.

Di questa potenzialità della rete e dei suoi “abitanti” ne siamo ormai ben consapevoli, tuttavia non è semplice prevedere quali saranno le conseguenze a lungo termine e come ne verrà fuori il giornalismo tradizionale per come lo abbiamo sempre conosciuto.

Come leggiamo in questo articolo di Mathew Ingram su Gigaom, Occupy Wall Street è stato un esempio concreto della incapacità di bloccare in qualche modo le informazioni, sia perché tutti noi possiamo pubblicare, sia perché siamo tutti una potenziale agenzia di stampa e quindi di conseguenza tutti ne abbiamo a disposizione una nella rete.

Ma chi si può definire giornalista? Da quanto appena detto la risposta sembra proprio: chiunque. Appare del tutto anacronistico qualsiasi tentativo di circoscrivere e chiudere dentro rigidi schemi la figura professionale del giornalista, anche se spesso è la via che molti media tradizionali vorrebbero prendere per tutelare il proprio lavoro.

Certo è che la situazione è destinata ancora a evolvere, e già ora, come scrive Jon Mitchell, writer per ReadWriteWeb, non ci sono solo i social media pronti a riempirsi di post, tweet e video e foto, ma esistono anche dei tools, come Storify (e in questa direzione ci sarebbero anche stories di twitter e la forse  futura timeline di facebook), in grado di combinare insieme il flusso di informazioni ricevute per produrre un prodotto uguale, se non superiore, agli articoli delle fonti classiche. Non mancano certo gli errori e omissioni in questo sistema a flusso continuo utilizzato da giornalisti occasionali, ma spesso la correzione avviene a velocità uguale o superiore rispetto alla stampa tradizionale.

Chiunque potenzialmente è un “giornalista”, ed è così che uno studente universitario pubblica un dettagliato resoconto della manifestazione di New York, tanto cliccato da essere poi ripreso dal Washington Post, mentre un programmatore pakistano Sohaib Athar divenne un giornalista “per caso” twittando in diretta ciò che avveniva durante il raid contro Osama Bin Laden.

Ma come reagiscono i media tradizionali a quella che per loro è una “fuga di notizie”? L’Associated Press ha vietato ai suoi giornalisti di pubblicare su twitter qualsiasi informazione sui colleghi arrestati a Zuccotti Park, giustificando questa azione più come una misura per cautelare gli arrestati che per paura di perdere la notizia da vendere ai propri clienti. Mentre altri, come la BBC, decidono di sfruttare, e non subìre, le potenzialità della rete dedicando una postazione di controllo per tutto ciò che esce da twitter, you tube, flickr … per  integrare il giornalismo classico con questi nuovi modelli.

Per questo lavoro sono partita da questo tweet:

@BoraZBora Zivkovic

What happens when journalism is everywhere? bit.ly/rPyTXb by @mathewi

2 commenti

Filippo Bonaventura19/11/2011 alle 17:52

Non sono del tutto d’accordo con la visione di Ingram. Distinguerei chi fa giornalismo da chi produce atti di giornalismo. La questione è complessa perché ci troviamo nel pieno di una ridistribuzione dei ruoli e dei significati del giornalismo, ma una cosa non è in discussione: la sua funzione sociale. Il giornalismo è e rimane uno strumento della democrazia, e in quanto tale non possiamo tenere fuori la politica dal quadro della discussione.
Uno studente pubblica un resoconto della manifestazione di New York, e questo è sicuramente un atto di giornalismo; ma è solo quando viene ripreso dal Washington Post che diventa giornalismo, perché la testata ha un’autorevolezza e una credibilità che gli consentono la capacità di influenzare l’agenda setting.
È chiaro che il web 2.0 sta cambiando tutto questo, e probabilmente le mie considerazioni nel giro di pochi anni non varranno più. Ma mi sembra opinione comune che l’appartenenza alla comunità giornalistica sia ancora definita da determinate pratiche di comunicazione piuttosto che dalla produzione di atti di giornalismo, così come l’appartenenza alla comunità scientifica è assicurata da precise pratiche di comunicazione (pubblicazioni peer-reviewed) e non dalla produzione di risultati scientifici (possono farlo i citizen scientist, per esempio, che sicuramente non sono scienziati). Fare atti di giornalismo senza fare giornalismo significa, oggi, dare una rappresentazione della realtà senza fornirla di un senso sociale.
Molte persone immaginano una società che nel prossimo futuro sarà in grado di auto-comunicare in modo abbastanza efficiente da rendere superfluo il giornalismo. Trovo questa visione, almeno al giorno d’oggi, utopistica. Credo che questo “fraintendimento” sulla necessità di mediazione da parte del giornalismo sia dovuto al fatto che con il web viviamo le notizie nel loro divenire, mentre prima ci venivano semplicemente date. Abbiamo la possibilità di “metterci le mani”. È comprensibile che questo ci faccia pensare che possiamo “fare tutto da noi”, ma siamo davvero pronti per misurarci direttamente con l’establishment e interagire con esso? Non farlo significa rinunciare a uno strumento di salvaguardia della democrazia.
Fintanto che avremo ancora bisogno di una democrazia politica di natura nazionale dovremo delegare all’istituzione del giornalismo il ruolo di watchdog del potere: vedi gli esempi della censura di stato in Cina, dell’America di Obama, ma anche dell’Italia di Berlusconi.
In conclusione, ritengo imprescindibile che il giornalismo continui a esercitare la sua funzione incontrando i cittadini elettronici in nuovi spazi e attraverso nuove modalità ancora da codificare e strutturare.

Moreno21/11/2011 alle 18:44

Le scelte di Associated Press e della BBC sono emblematiche del modo in cui i media tradizionali rispondono all’avanzata incontenibile dei nuovi mezzi di informazione. Da una parte c’è chi si chiude a riccio, vietando i commenti sui propri articoli o appiccicandoci la triste scritta “riproduzione riservata”, o addirittura imponendo paywall ai lettori. Dall’altra parte c’è invece chi prova a cavalcare quest’onda, entrando nella mischia dei tweet, dei +1 e dei like. Pur capendo le difficoltà dei vecchi media, io tendo a stimare di più chi sceglie la seconda strada.

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