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Quel che resta del nucleare

di Laura Caciagli

SPECIALE GIAPPONE – INTERVISTA A MASSIMO ZUCCHETTI

Massimo Zucchetti

Il terremoto e lo tsunami che hanno devastato il Giappone orientale lasciano un paese in ginocchio, colpito da una profonda crisi umanitaria, nucleare ed economica. Con un bilancio ancora tutto da scrivere di migliaia di morti e dispersi. E mentre in queste ore tecnici e ingegneri sono impegnati a scongiurare il disastro nella centrale nucleare di Fukushima, ecco scattare anche l’allarme per il cibo radioattivo: il latte e la verdura provenienti dalle zone vicine alla centrale presenterebbero elevati livelli di radioattività, come pure l’acqua che esce dai rubinetti di Tokyo.

Forse Fukushima non è Chernobyl: diversa è la tipologia di reattore, diverso l’atteggiamento e le misure adottate dai due governi, quello sovietico e quello giapponese, di fronte alla crisi. Ma un vento nuovo si aggira per l’Europa: i governi bloccano i propri programmi di sviluppo nucleare, vengono chiuse alcune centrali, si propongono nuovi stress test per valutare la sicurezza delle 150 centrali nucleari europee. In tutto il mondo si discute sul futuro dell’energia atomica e anche in Italia, per la prima volta dall’avvio di quello che era stato ribattezzato “Rinascimento nucleare”, il governo fa un passo indietro e parla di una necessaria “pausa di riflessione”. Un appello autentico alla discussione, o un atteggiamento strumentale, volto esclusivamente a tranquillizzare gli animi? Della reazione dell’Europa, e dei possibili effetti dell’incidente nucleare a Fukushima per le future scelte nucleari del nostro Paese, abbiamo parlato con Massimo Zucchetti, ingegnere nucleare, docente del Politecnico di Torino presso il settore di “Impianti nucleari”.

La sua valutazione della riflessione italiana sul nucleare di una certa classe politica è critica: nessun serio piano di sviluppo energetico, le vere problematiche e il parere degli esperti non sono ancora state illustrate, figuriamoci affrontate. Dall’una e dall’altra parte, prevalgono invece strumentalizzazioni e posizioni faziose. Eppure è dell’opinione che un progetto nucleare andrebbe in qualche modo portato avanti, perché sarebbe un errore tarpare le ali alla ricerca.

Ci può dire qual è la situazione attuale in Giappone?

Sicuramente la situazione non è buona, quello che è successo nei giorni scorsi è molto preoccupante. L’unico elemento che fa ben sperare è che il calore di decadimento che viene emesso da questi reattori spenti, man mano che il tempo passa, tende naturalmente a calare. Una nuova Chernobyl me la sarei aspettata nei primi momenti dell’incidente, forse non adesso.

Possiamo immaginare però che i livelli di radioattività siano molto alti, dal momento che il reattore stesso è diventato una sorgente di radiazioni. Il nocciolo si è fuso, ovvero i materiali che costituivano il nocciolo del reattore si sono fusi, liberando molta radioattività nell’atmosfera del contenitore. Nel contenitore di sicurezza del reattore adesso c’è davvero di tutto; inoltre, se tale involucro esterno costituisce in parte un argine alle particelle radioattive, le radiazioni sono solo in parte schermate, e passano all’esterno, con il rischio di gravi contaminazioni. Basta misurare in maniera puntuale i livelli di radioattività da irragiamento esterno, per essere del tutto consapevoli di questo.

Il ministro dello sviluppo economico, Paolo Romani ha recentemente dichiarato: “non è in discussione che il paese debba andare verso l’energia nucleare, ma i tragici eventi del Giappone impongono di riflettere sulla sicurezza degli impianti e di aprire un dibattito europeo sull’affidabilità degli stress test per le centrali nucleari europee”. Secondo lei quali sono i timori maggiori circa l’ipotesi di impianti nucleari in Italia? E quanto sono giustificati?

Mi fa piacere che il ministro Romani abbia qualche ripensamento, trovavo vergognoso che, all’indomani del terribile terremoto che aveva colpito il Giappone, il nostro governo avesse proclamato con tanta arrogante sicurezza che aveva comunque intenzione di andare avanti, che non avrebbe fatto scelte emotive sulla questione del nucleare. La sicurezza nucleare si basa anche sulla lezione che ci forniscono gli incidenti pregressi, si tratta di una vera e propria tecnica di studio, basata sull’analisi di quanto è accaduto negli incidenti precedenti, informazioni prezione che vengono raccolte e inserite in una banca dati per essere continuamente tenute sott’occhio. È innegabile, visto l’elevato numero di centrali presenti e in costruzione, che probabilmente l’Europa dovrà andare avanti; tuttavia un governo serio, come ad esempio è quello di Germania e Stati Uniti, non può prescidendere adesso da una discussione sull’argomento. Anche l’Italia dovrebbe farlo, è venuto il momento di riflettere sulle proprie scelte in maniera responsabile, tenendo conto anche dell’opinione pubblica, che in questo momento non vuole il nucleare vicino alle proprie case. Forse sarò polemico, ma quando in Italia si è cominciato a parlare di rilancio del nucleare, la prima regione a offrirsi è stata la Sicilia, notoriamente una regione non adatta alla costruzione di nuovi impianti, sia per il territorio sismico, sia per i maremoti, sia per la mancanza di acqua.

Mi domando come una così grande opera possa essere realizzata in Italia, a fronte della conclamata incapacità italiana a gestire le grandi opere pubbliche. Mi chiedo inoltre perché il governo non si risolva a indire una Conferenza Nazionale sull’Energia, in cui finalmente i tecnici portino argomenti seri di discussione; solo così si potrà capire se il programma nucleare portato avanti dal governo è adeguato, se possiamo procedere, o se invece non sia più saggio fermarsi o ridimensionare il nostro piano di sviluppo nucleare. Negli anni ’80 di Conferenze Nazionali sull’Energia se n’era fatta più di una, al momento di decidere il piano energetico nazionale, e poi nel 1987, dopo Chernobyl, e credo che anche adesso sarebbe quanto mai necessario.

Personalmente, non do alcun credito a quanto è stato fatto finora; la questione dovrebbe essere lasciata agli esperti, tecnici e ingegneri, e non a dei politici che strumentalizzano il nucleare per i propri fini. Siamo in presenza di un pressappochismo e una strumentalizzazione che hanno fatto al nucleare più male che bene.

In Europa, dopo quanto è accaduto in Giappone, molte centrali vengono chiuse, e si propone uno stress test generalizzato delle centrali. Ci può spiegare come funziona uno stress test? È una misura di precauzione realmente utile, o viene fatta adesso in maniera un po’ strumentale per tranquillizzare l’opinione pubblica?

Il record dei precedenti incidenti non riportava problematiche particolari relativamente alla sismicità. Adesso non è più così, e si pensa di fare una verifica della resistenza sismica degli impianti nucleari europei (fortunatamente localizzati in zone dove è improbabile si verifichi un terremoto del nono grado della scala Richter).

Gli stress test hanno funzionato solo in parte in Giappone, perché le previsioni arrivavano fino a un terremoto di 8,5 Richter, e purtroppo il sisma ha superato gli 8,9 Richter, ovvero i reattori hanno dovuto sopportare un terremoto di energia sei volte maggiore rispetto all’atteso. I danni alle centrali inoltre sono stati ancor più devastanti per gli effetti dello tsunami.

Di verifiche, anche in condizioni normali, una centrale nucleare ne subisce tante, lo stress test è infatti solo uno dei numerosi controlli a cui è sottoposto un reattore per valutarne affidabilità e sicurezza. In sostanza, gli stress test sono prima di tutto una verifica strutturale, per capire per quali terremoti massimi ammissibili le centrali siano state progettate. Qual è il massimo terremoto ammissibile? In Europa, esistono centrali progettate in maniera poco robusta? I calcoli strutturali fatti sono sempre adeguati? E i materiali con cui le centrali sono state costruite hanno mantenuto inalterate le proprie caratteristiche? Queste le principali domande a cui cercheranno di rispondere gli stress test.

Non nego che uno stress test oggi sia proposto in maniera un po’ strumentale, o che perlomeno sia realizzato per far capire all’opinione pubblica che di fronte a quanto è accaduto in Giappone, in Europa si stia cercando di reagire e si stia facendo qualcosa di concreto per garantire la sicurezza di tutti. L’opzione alternativa sarebbe stata quella di chiudere immediatamente tutte le centrali, decisione impraticabile allo stato attuale, dal momento che in Europa il 30% dell’energia elettrica è prodotta dal nucleare.

L’Italia, insieme a Grecia, Portogallo e Romania, è fra i Paesi europei a più alto rischio sismico, fatto che suggerisce la necessità di controlli più severi, e maggiori problematiche da risolvere per la realizzazione delle centrali. Per non parlare del problema delle scorie: in Italia abbiamo problemi persino nella raccolta e nello smaltimento dei rifiuti ordinari… Alla luce di tutto questo, possiamo davvero pensare di avviare un programma nucleare in Italia?

Una soluzione al problema, se davvero vogliamo rilanciare il nucleare, ci sarebbe: dovremmo scegliere dei siti nella valle del Po, una regione che non presenta problemi di sismicità e che ospita diverse vecchie centrali dismesse. Centrali obsolete, non più funzionanti, ma di cui almeno è rimasta la struttura esterna: potrebbero essere utilizzate come base di partenza per la costruzione dei moderni reattori nucleari. Mi riferisco a Trino Vercellese e a Caorso, centrali per cui esistono già degli studi, un’adeguata caratterizzazione geo-morfologica, dei venti etc. Con il nucleare non risolveremo i nostri problemi energetici, ma se davvero vogliamo percorrere  questa strada possiamo provare a costruire inizialmente una-due centrali pilota, per capire innanzitutto se abbiamo la tecnologia e le risorse necessarie per andare avanti.

Per quanto riguarda il problema delle scorie, la questione è davvero spinosa e di non facile soluzione. l’Italia è attualmente punteggiata da numerosi siti che contengono materiali radioattivi, provenienti dall’attività nucleare passata, ma anche dall’utilizzo medicale e industriale delle radiazioni, attività che producono scorie di non elevata radioattività, ma in quantità notevole.

L’Italia è l’unico fra i Paesi industrializzati a non avere siti adeguati allo smaltimento delle scorie, neppure di quelle a bassa radioattività. Negli anni passati si sono tentati approcci sbagliati per risolvere il problema dello smaltimento dei rifiuti radioattivi, penso al tentativo fatto a Scanzano Jonico di imporre con la forza un deposito per le scorie pericolose, senza informare la popolazione.

Forse l’Europa verrà in aiuto dell’Italia: è in cantiere il progetto di uno-due siti europei per lo smaltimento delle scorie, in Polonia per esempio. Alla fine, forse l’Italia sarà premiata per la sua politica a dir poco dissennata consentendole di smaltire le proprie scorie altrove, in uno di questi siti.

In Europa sono presenti depositi di scorie radioattive pressoché in tutte le nazioni, depositi funzionanti ben diversi da quelli italiani.

Ascolta l’intervista integrale a Massimo Zucchetti:

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