Controversie, Etica e deontologia

Science blog e peer-review: convivenza o guerra aperta?

di Eleonora Viganò

La guerra dei roses credit: Flickr Sicilia Today

Esistono scienziati portati per la comunicazione, capaci di dedicarsi alla cura di un blog che diffonda a un pubblico ampio la costruzione del processo scientifico, magari nella propria lingua madre e non solo in inglese. Ma esiste anche il sistema di pubblicazione peer-review, con il quale gli scienziati acquistano professionalità e riconoscimento. Sono due mezzi di espressione in contrasto? Quali sono i limiti di entrambi?

Ancora il Guardian “spinge” questo tema con un articolo di Sarah Kendrew, astronoma del Max Planck Institute di Heidelberg, in Germania (ripreso da Il Post).  La scienziata vuole rispondere all’opinione di Brian Cox e Jeff Forshaw, coinvolti nelle ricerche con LHC e divenuti popolari anche come comunicatori, secondo i quali il sistema peer-review è “l’unico valido per avere uno standard minimo di professionalità”, mentre “aggirare tale sistema per evitare la burocrazia – attraverso i blog – significa giocare scorrettamente nei confronti dei collaboratori e dare inizio a un processo disastroso”

Kendrew riconosce che attualmente il sistema della peer-review sia l’unico a garantire scientificità, pur con notevoli limiti. Quello che viene contestato è l’incoerenza dimostrata da chi lavora in un campo, quello della fisica delle alte energie, grande utilizzatore di ArXiv, sito che raccoglie articoli pre-pubblicazione, atti di convegni non revisionati e commenti su altri lavori. Basti pensare che l’ormai noto boom mediatico del neutrino è arrivato proprio da articoli pubblicati qui e non ancora revisionati.

In più l’astronoma nota una distorsione implicita nell’idea che Fox e Forshaw hanno degli science blogger: secondo lei infatti nessuno pensa di poter aggirare la burocrazia né tanto meno di ottenere fama o credibilità senza la pubblicazione, unico modo attualmente in uso per non restare disoccupati. “Gli scienziati che popolano la rete vogliono invece offrire contesto e spiegazioni comprensibili anche a chi non sia specializzato, oppure tenere una sorta di quaderno di laboratorio virtuale”, scrive Kendrew, citando numerosi esempi.

Probabilmente c’è spazio per due strumenti diversi per fini, intenti e stile comunicativo, ma è necessario arrivare a una convivenza che non penalizzi chi scrive della propria ricerca né chi aspetta le lungaggini burocratiche.

Certo è che il sistema della revisione tra pari ha molti problemi da affrontare: costi eccessivi per l’acquisto di un paper, con conseguente chiusura del mondo della ricerca, potere accentrato nelle mani delle riviste scientifiche, momenti di crisi nella propria credibilità. Non sono da sottovalutare infatti gli episodi in cui questo meccanismo ha fallito, come nel caso dello studio fraudolento che collegava autismo e vaccini, e nella recente scoperta di decine di articoli con dati inventati dallo psicologo sociale Diederik Stapel, sospeso dall’incarico ricoperto all’Università di Tilburg nei Paesi Bassi.  Su Science possiamo leggere la notizia di questa nuova frode smascherata grazie alle denunce di tre giovani ricercatori. Stapel ha ammesso la sua condotta deplorevole e ha collaborato all’individuazione degli articoli con dati falsi. L’indagine ancora in corso vaglierà circa 150 lavori in cui Stapel è co-autore coinvolgendo anche le Università di Groningen e di Amsterdam e uno studio pubblicato recentemente sullo stesso Science. Non si sospettano altri scienziati coinvolti, ma chi ha conseguito laurea e dottorato con questo psicologo avrà qualche grattacapo da affrontare.

La peer-review è quindi davvero l’unico strumento per costruire una carriera scientifica contro il quale i science blog sono “la ricetta per il disastro”?

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