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“Scienziati e artisti hanno lo stesso modo di lavorare”. Lo scrittore Bruno Arpaia racconta la sua passione per la fisica

di Alessio Palmero Aprosio

C’è chi la scienza la studia, ma c’è anche chi la guarda un po’ dal di fuori e la utilizza per scrivere un romanzo. Abbiamo intervistato Bruno Arpaia, giornalista e scrittore, che ha recentemente pubblicato per Guanda l’ultimo suo lavoro, L’energia del vuoto.

Incalzato dalle domande, l’autore ci affascina con quel mondo quasi perfetto che è il Cern di Ginevra, dove scienziati di ogni sesso, età, religione e provenienza si prodigano per trovare la tanto agognata “particella di Dio”, il bosone di Higgs.

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Bruno Arpaia, scrittore e giornalista, laureato in scienze politiche, come mai questo spostamento verso la scienza?

È una cosa che risale a tanti anni fa, perché nonostante al liceo nessuno mi avesse fatto capire l’importanza della scienza e anzi mi annoiavo moltissimo sulle leve di primo, secondo e terzo grado, comunque avevo un interesse verso la fisica e soprattutto verso l’astrofisica. Poi, siccome sono cialtrone e avevo anche questo interesse per la scrittura, il giornalismo e la letteratura, decisi di iscrivermi a scienze politiche e non a fisica perché era più facile. Però è stato comunque un interesse carsico sotterraneo che ho sempre avuto e che a partire da una mia ossessione, quella del tempo, che ovviamente uno lo affronta da un punto di vista storico, filosofico, però poi arriva al tempo fisico e al tempo delle scienze. Quando sono venuto a insegnare alla Sissa ho ricominciato a frequentare scienziati e giornalisti scientifici, questa passione sotterranea è diventata evidente e poi è diventata un’ossessione, che è quello che ci vuole per scrivere un romanzo. Non basta avere una passione per qualcosa: per scrivere un romanzo ed essere disposti a fare quattro/cinque anni con una parte della testa sempre e continuamente in quel mondo devi proprio avere un’ossessione per un personaggio, per una storia, per un’idea. La mia ossessione, dopo il romanzo ambientato negli anni Settanta, era la fisica. Facevo le nottate a cercare di capire cose di fisica, ad appassionarmi a queste cose affascinanti e misteriose. Alla fine ho poi deciso di mettere insieme letteratura e questa passione per la fisica, e ne è uscito questo romanzo.

Quindi praticamente ti senti un po’ la Nuria del tuo romanzo?

Sì, la Nuria ha un’illuminazione sulla via di Damasco. La mia non è stata così, è stata una cosa lunga e ponderata. Il mistero e il fascino che esercita la fisica su Nuria sono, quelli sì, gli stessi che ha esercitato su di me.

C’è anche in cantiere un romanzo su una famiglia di Madrid oppure quello è finzione narrativa?

No, quello è assolutamente finzione narrativa, anzi: la trama è presa dal romanzo di un mio amico, ma non c’entrava nulla, era finzione narrativa.

In qualche modo la Sissa di Trieste, dove hai fatto il corso l’anno scorso, è servita per spronarti?

Non solo l’anno scorso, io sono venuto a insegnare alla Sissa la prima volta nel 1998 o giù di lì, ho insegnato 4/5 anni, poi è stato interrotto, poi ho ripreso per un paio di anni. La passione era da prima. C’erano le sessioni tematiche che duravano tre giorni, e ce ne fu una appunto sul tempo, la mia ossessione, che fu di un interesse incredibile: c’erano Paoli e Odifreddi. Da lì ho cominciato di nuovo a interessarmi di queste cose.

Un Arpaia verso la scienza. Come ti ha accolto la comunità scientifica a Ginevra?

In maniera eccezionale. Sono gli umanisti a non occuparsi di scienza: anzi, a volte sono persino orgogliosi di non capire nulla di scienza e non vogliono occuparsene. Invece gli scienziati, di solito, leggono romanzi, suonano il pianoforte, vanno alle mostre d’arte, al cinema. Hanno già un’ottica diversa, ma c’è stato addirittura di più. A Ginevra, a parte una disponibilità enorme nei miei confronti, c’è stata una curiosità sui metodi di lavoro. Io venivo da un mondo completamente diverso dal loro, e quindi erano molto interessati al modo in cui lavoravo. Alla fine ci siamo resi conto che non c’è assolutamente alcuna differenza tra il modo in cui lavora uno scienziato e il modo in cui lavora un’artista.

Tu studiavi loro, ma loro studiavano te.

Assolutamente sì. Più che studiarci, chiacchieravamo in questi bellissimi incontri informali alla caffetteria del Cern. “Lui è lo scrittore che scrive sul Cern”. Si sedevano, facevano domande. Alla fine ci siamo resi conto che in entrambi i casi c’è una grande quantità di immaginazione, che normalmente viene ascritta all’arte. Alcune cose non potrebbero essere state scoperte se lo scienziato di turno non avesse avuto un’immaginazione incredibile. Lo scienziato teorico, oggi, ha molta più immaginazione di tantissimi colleghi scrittori, me compreso. Dall’altra parte entrambi, scienziati e artisti, abbiamo bisogno di molto rigore perché scrivere non è una fidanzata lasciata, la luna piena, tanta tristezza, col risultato di scrivere una cosa bellissima davanti al computer. Lì ci vuole rigore, disciplina, applicazione. È un artigianato che ha bisogno di grande esercizio. Ci siamo scoperti quindi assolutamente uguali. Gli occhi con cui guardiamo il mondo sono assolutamente identici. Un’altra cosa che mi ha colpito molto della comunità scientifica e della scienze è che chiunque, lì al Cern, è accolto benissimo. C’è questa trasparenza assoluta, per cui l’ultimo cretino che arriva lì può vedere le ultime cose che hanno scoperto e cui sono arrivati. Alcune multinazionali avrebbero potuto pagare milioni per avere certi brevetti, invece arrivo io e mi spiegano, mi dicono, mi raccontano. Questa trasparenza è fondamentale e anche politicamente molto importante.

Nel mondo scientifico, tra l’altro, esiste questo problema dell’accesso alle riviste. Per l’utente comune accedere a una rivista scientifica è molto complesso, se non piuttosto dispendioso. Mi stai dicendo che loro aggiornano quotidianamente chiunque passi di lì sulle ultime ricerche?

Esattamente. A un certo punto mi hanno chiesto di prendere una cosa che mi sembrava un pezzo di plexiglas, e sono sprofondato, perché era tungstenato di piombo che serve per i rivelatori di fotoni. È un materiale su cui hanno lavorato decine di anni e che immagino essendo pesantissimo, infrangibile e completamente trasparente, con una struttura molecolare particolare, veramente poteva suscitare l’interesse di qualche multinazionale. Al Cern, però, brevetti non se ne possono fare, quindi passo io di là e mi fanno vedere come è questo materiale. Il Cern è una comunità che, se siamo molto fortunati, potremmo prendere a modello per le nostre società: è una comunità colta e cosmopolita, in cui le differenze sono accettate e anzi sollecitate non solo a chiacchiere, perché se un fisico viene dalla Papuasia o dalla Cambogia è un valore aggiunto, perché riesce a guardare le “cose fisiche” con dietro tutta la sua cultura. E poi è una comunità in cui, senza idealizzarla troppo, il merito conta molto di più che nelle nostre società. Non a caso, infatti, immediatamente vedi moltissime donne in posizioni di responsabilità forte.

Quanto sei stato a Ginevra?

A Ginevra non moltissimo, solo una settimana.

Hai condensato tutte le tue domande in quella settimana?

Sì, ma in realtà uno arriva lì avendo già una documentazione e sapendo le cose. L’importante era vedere loro al lavoro nella quotidianità, e una settimana è bastata. Mi serviva vedere il Cern e l’ambiente in cui lavoravano, oltre che parlare con loro, cosa che potevo fare anche senza essere lì.

Torniamo alla questione dell’accesso alle riviste scientifiche.

Per la fisica, c’è questa cosa meravigliosa che è arXiv, dove tutti i fisici inseriscono i loro preprint prima della pubblicazione. È una piattaforma in cui tutti vedono i lavori degli altri, se ne discute, si possono migliorare sulla base delle obiezioni che vengono fatte in rete, poi dopo vengono pubblicati sulle riviste. A me è bastato collegarmi ad arXiv e vedere quello che mi interessava. Ho trovato veramente un sacco di materiale. Poi, ovviamente io ho fatto scienze politiche e ho una matematica da liceo scientifico. A certi punti potevo arrivare, ad altri no. Per me è stato comunque importantissimo. I fisici hanno già fatto quello che forse bisognerebbe fare: mettere a disposizione i lavori in rete. Obiettivamente questa cosa delle riviste costosissime non ha più tanto senso. C’è sempre il problema della peer review, che ha tanti buchi noti.

Tra l’altro, mettendo gli articoli su internet a disposizione di chiunque si fa un enorme peer review mondiale.

Esattamente, è quello che sta facendo la comunità dei fisici con arXiv. Le obiezioni sono immediate: questo non sta in piedi, questo andrebbe fatto così. Da tutto il mondo le persone addentro agli argomenti possono fare una peer review al massimo livello. Obbietta o fa considerazioni la gente che sta lavorando su quei settori e che quindi è il meglio possibile in quel campo. A volte, nelle peer review, capita che il revisore non se ne occupi più da 10 anni.

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