Controversie, Etica e deontologia

Tra climategate anglosassone e impronta ecologica scientifica

di Eleonora Viganò

Credit: patrick h. lauke on Flickr

La conferenza di Durban in Sud Africa e più in generale il problema del cambiamento climatico, oggetto dell’incontro, sono al centro di discussioni di diverso tipo, e animano i magazine anglosassoni. E quelli italiani? Il nostro Paese, anche forse per le diverse priorità politiche a cui è sottoposto attualmente, non sembra mostrare un grande interesse per la conferenza, se non qualche accenno al climategate. In passato non ha saputo trattare con efficacia né il dibattito che la anima, né gli scontri tra scettici e convinti.

E a conferma che questo problema sia molto “anglosassone”, è arrivato il rapporto pubblicato dall’Istituto per lo Studio del Giornalismo Reuters, secondo il quale esistono delle differenze tra Paesi nel considerare più o meno importante lo scetticismo sul cambiamento climatico.

L’analisi non ha considerato l’Italia, che viene solo citata a inizio articolo dal giornalista del Guardian, Leo Hickman, per una conversazione con una giornalista italiana in parte “ignara” del fenomeno. Ma andiamo con ordine.

James Painter, un ex giornalista della BBC, specializzato nell’analizzare in che modo il tema del cambiamento climatico sia presente nei media, ha guidato un team di ricercatori nel calcolare la prevalenza di voci relative allo scetticismo nel cambiamento climatico sulla stampa di Brasile, Cina, Francia, India, Regno Unito e Stati Uniti.

Più di 3.000 articoli provenienti da almeno due quotidiani diversi per ogni paese (10 dal Regno Unito) sono stati analizzati in due periodi distinti: febbraio-aprile 2007, da metà novembre 2009 a metà febbraio 2010: il secondo comprende sia il vertice di Copenaghen sia le ricadute dal furto di email presso la University of East Anglia. È stata valutata anche la “tendenza politica” di ogni giornale (tranne che in Cina). Il rapporto parla sia degli scettici “politici” sia di quelli scientifici e valuta le diverse correnti. Ci sono quelli che non credono al riscaldamento climatico, chi pensa che ci sia ma per cause naturali e non antropogeniche, e chi invece pensa che ci sia, che sia colpa nostra, ma che globalmente l’impatto in futuro sarà benigno.

Sicuramente la questione climatica è complessa, non solo come problema scientifico, ma anche come esempio emblematico dei rapporti tra scienza, decisioni politiche e impatto sulla vita di ciascun individuo, con riscontri sociali importanti, soprattutto per i paesi con un peso di responsabilità maggiore per le emissioni di CO2.

Tra pochi giorni, il 28 novembre, inizierà un nuovo summit, a Durban in Sud Africa, e non mancano – da Regno Unito e Usa soprattutto – fermenti e dibattiti.

Su tutti basti citare la nuova ondata di mail trafugate presumibilmente dal server dell’University of East Anglia (sono ancora in corso le indagini per attestarne l’autenticità e per cercare di capire chi sia il responsabile) e rese pubbliche secondo uno schema del tutto simile a quello utilizzato prima della conferenza di Copenaghen del 2009. In questo caso si tratta di 5.000 mail raccolte in un file chiamato FOIA2011 e disponibili su un server russo per il download.

Il link al file è stato poi postato in forma anonima sui blog più famosi interessati allo scetticismo climatico. Si presume che le mail – non datate – provengano dallo stesso “pacchetto” del 2009, ma siano state conservate fino a oggi.

Il plico questa volta è stato confezionato con alcuni messaggi del “mittente”, intitolati “background and contest”, relativi appunto al loro significato e al contesto secondo coloro che le stanno violando e diffondendo. La reazione non ha ovviamente tardato a farsi sentire, questa volta più accanita sul “sistema”. Non si tratta solo di indagare per capire da quali scienziati provengano, se siano autentiche, se davvero ci sia qualche negligenza da imputare ai ricercatori dei cambiamenti climatici, ma anche sdegno per questo tipo di azione, per il modo in cui viene fomentata la discussione in un momento in cui le forze politiche sono chiamate a prendere decisioni importanti.

“Mentre le prove sul riscaldamento aumentano, siamo ancora all’oscuro di chi sia l’hacker responsabile dei due episodi di pubblicazione di queste mail”, commenta Damian Carrington, caporedattore della sezione Ambiente del The Guardian, in un articolo nel quale mette in luce sia la confusione gettata tra le fila politiche, sia le spese per le indagini condotte dal primo episodio e concluse con “l’assoluzione” degli scienziati.

Ma altri aspetti più o meno folkloristici fanno da cornice al clima che si respira intorno a Durban: il più “simpatico” è senza dubbio l’articolo di Jens Rolff, biologo evoluzionista all’Università di Sheffield, secondo cui anche per gli scienziati è difficile ridurre le emissioni di carbonio. Basti pensare, ad esempio, che l’impatto di ciascun ricercatore di un Istituto norvegese di ricerca sul clima per i voli dovuti a convegni e conferenze è pari a 4,5 tonnellate per anno. Lo stesso valore che emette in media una persona in un anno, ma in questo caso compreso di tutto: cibo, trasporti, riscaldamento, consumi ecc…

Nonostante la possibilità di sostenere incontri e riunioni in modo virtuale, gli scienziati hanno incrementato il numero di meeting e di partecipanti, seguendo quindi il modello di crescita piuttosto che la diminuzione delle emissioni. L’impronta ecologica scientifica è solo una piccola parte del problema, ma importante nel momento in cui la scienza si fa guida per i cambiamenti del comportamento e per dimostrare che scelte più sostenibili sono possibili.
Il climate change secondo The Guardian

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