Nuove iniziative

Un embargo lungo sei mesi per un nuovo giornalismo scientifico

di Eleonora Viganò

Dustin Hoffman e Robert Redford in "Tutti gli uomini del presidente"

Sei mesi per pubblicare una “scoperta scientifica”:  è questa la provocazione di John Rennie, ex caporedattore di Scientific American, lanciata attraverso un articolo pubblicato sul Guardian.

La sua argomentazione parte dalla sfida di riconsiderare la definizione di notizia scientifica.  Dopo aver analizzato come si muove la scienza rispetto ad altri eventi discreti, propone quindi questa ipotesi: “che cosa succederebbe se tutti i direttori e i giornalisti della stampa scientifica, inclusi i blogger, si imponessero una moratoria che proibisca di parlare delle nuove scoperte prima di sei mesi dopo la loro pubblicazione sulle riviste scientifiche?”

Emerge un nuovo scenario in cui si darebbe più peso allo sviluppo delle ricerche per prove e confutazioni stratificate, si ascolterebbero esperti scelti con cura e meglio informati e si eviterebbe di perdere lavori importanti e di dare peso a studi senza alcun futuro.

3 commenti

Alessio Cimarelli1/2/2011 alle 10:33

Hmm, però così sarebbe un colpo mortale alla montante pratica della open peer-review… boh, non mi sembra che le moratorie o i coprifuoco dalla durata totalmente arbitraria abbiano molto senso, meglio una discussione aperta con tutti gli attori in gioco… evitando che il sistema faccia vincere sempre chi strilla di più.

Eleonora Viganò1/2/2011 alle 15:53

Forse non sarà la soluzione migliore, ma sicuramente permette di soffermarsi a riflettere su alcuni problemi del giornalismo scientifico. La “scoperta scientifica” non è un evento puntiforme che avviene in un preciso momento, ma un processo nel tempo che coinvolge spesso luoghi diversi.
Nel tempo molte ricerche si sgonfiano, altre acquistano valore e non si esaurisce tutto nel momento della pubblicazione su Nature e affini, anzi quello è forse l’inizio. E, come dice Rennie, spesso nella fretta si confezionano prodotti dai commenti banali, con conclusioni a penzoloni che non verranno mai più ripresi dai giornalisti: “results that are exciting if they hold up.”

Filippo Bonaventura1/2/2011 alle 17:09

Sono d’accordo con Eleonora sul fatto che il giornalismo scientifico di oggi non rispetta la non-puntiformità dei “fatti” della scienza. Sono anche d’accordo con Alessio quando dice che un coprifuoco troppo lungo potrebbe nuocere alla conversazione sulla sicenza. La conversazione oggi è irrinunciabile, sia per l’emergere dei new media, sia perché le questioni scientifiche permeano sempre più profondamente la società e la cultura.
La provocazione di Rennie è interessante proprio perché ci costringe a chiederci che cosa sia il giornalismo scientifico oggi. È chiaro che dobbiamo parlare di scienza, e dobbiamo farlo continuamente; proprio per questo però non possiamo permetterci di farlo in maniera superficiale o banale o stereotipata.
La mia opinione è che non è una questione di tempo: è inutile aspettare sei mesi per dare una notizia, se poi alla fine la si dà in un modo non adatto alle trasformazioni della cultura, della scienza e della società. La open peer-review è un modo adatto? Non lo so, nessuno lo sa; è certo però che bisogna sperimentare, e che occorrono nuove mentalità pre-esistenti al giornalismo scientifico, prima che nuove pratiche o nuove regole di embargo.

I commenti sono disabilitati