Controversie, I pubblici della scienza

«Una su diciotto»

di Anna Davini

LA CERTIFICAZIONE PER L’INTEGRAZIONE SCOLASTICA E I SUOI ECCESSI: LE CONSIDERAZIONI DI UN’INSEGNANTE DI SOSTEGNO

“Ogni anno è uguale: leggo la diagnosi e so che entrando in classe non capirò quale è il mio allievo”. Da sei anni Francesca lavora come insegnante di sostegno nella scuola pubblica, alle medie: finora ha seguito diciotto studenti e i suoi dubbi sulla propria figura professionale e su come è impiegata aumentano con l’esperienza. “Dei miei diciotto ragazzi solo una bambina aveva un ritardo mentale grave, una sindrome di Down – mi racconta. – Gli altri hanno tutti situazioni simili: ritardo mentale lieve e QI, il quoziente intellettivo, leggermente sotto la media”. Tutti certificati come disabili, tutti inquadrati nella 104, la legge che dal 1992 sancisce per chi è portatore di handicap il diritto all’integrazione, scuola compresa. Ma chi è il portatore di handicap? Secondo la 104 chi “presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione”. Insieme ad altri diritti, i bambini con un handicap riconosciuto possono avvalersi di un insegnante speciale che li segue in un percorso individualizzato. E che, secondo Francesca, in molti casi li avvia alla carriera del disabile.

Il nodo, nella certificazione dei minori richiesta per il sostegno, è proprio questo: è indispensabile che un bambino passi per un reparto di neuropsichiatria, una diagnosi medica o psicologica e un certificato di disabilità, perché gli siano garantiti gli strumenti necessari per apprendere, integrarsi, avere relazioni con gli altri? In un bilancio costi/benefici, quanto pesa il marchio dell’handicap e quanto l’opportunità di essere aiutati?

L’impennata della disabilità scolastica

Serie storica della percentuale di alunni con disabilità sul totale degli alunni per ordine scolastico, Fonte: MIUR (credit: Istat)

Una ricerca pubblicata dall’Istat a gennaio 2011 registra un aumento significativo della presenza di alunni disabili nelle scuole italiane negli ultimi vent’anni: dal 1989 al 2010, i bambini con handicap nella scuola primaria sono passati dall’1,7% al 2,6%, dall’1,9% al 3,3% nella secondaria di primo grado. Ma sono gli ultimi dieci anni, dal 1998, a segnare l’incremento maggiore: +44% nella scuola primaria, +37,5% nella secondaria di primo grado. Che cosa ci dicono questi dati? Che le scuole sono più aperte e ricettive nei confronti degli alunni in difficoltà? Che sempre più spesso i bambini a scuola indossano i panni dell’handicap? Che nel campo della disabilità finiscono anche difficoltà socioeconomiche, culturali, linguistiche che la scuola può affrontare solo col sostegno?

Mariastella Gelmini preferisce le ultime due ipotesi: a marzo, ospite di Fazio a Che tempo che fa, il ministro accusa: “perché mancano gli insegnanti di sostegno? È un problema di distribuzione e a volte di superficialità nel riconoscere in alcune regioni situazioni di disabilità. Così qualcuno ha l’insegnante di sostegno senza averne bisogno e qualcun altro resta senza” (alla dichiarazione rispondono, fra gli altri, i senatori Radicali/PD Marco Perduca e Donatella Poretti con un’interrogazione parlamentare al ministero della Pubblica istruzione).

Famiglie e associazioni la pensano in altro modo e periodicamente, e più che mai in tempo di riforme e tagli, denunciano la fatica di far valere i propri diritti. Soprattutto dal 2006, lamentano le associazioni di genitori e disabili, accedere al sostegno è un’impresa: il decreto 185 ha stabilito allora che è necessaria una condizione di handicap riconosciuta e certificata non da un singolo specialista ma da una commissione nominata dall’Azienda sanitaria e composta da neuropsichiatra, psicologo, assistente sociale; in più, afferma il decreto, la scuola può chiedere ore di sostegno in deroga, ulteriori a quelle assicurate dagli insegnanti di sostegno in organico, solo se all’allievo è riconosciuto lo stato di particolare gravità previsto dalla 104. Che tradotto, secondo i critici, significa iter più faticosi per bambini e famiglie e canali di accesso più stretti.

Dalla diagnosi funzionale al conteggio delle ore

Per capire meglio come stanno le cose, mi dico, forse è utile guardare quale è il percorso per richiedere e attivare il sostegno, quali sono i passaggi problematici, che cosa ne pensa chi ne è coinvolto. A cominciare dalla scuola e dagli insegnanti.

Quando ci incontriamo è quasi sera e Francesca è appena rientrata: la scuola sta finendo, deve preparare il progetto di deroga dei suoi allievi per richiedere le ore di sostegno per il prossimo anno, sta organizzando il saggio di musica di altre tre classi. Le fa piacere raccontarmi come funziona l’iter per il sostegno all’interno della scuola e quali le sembrano gli aspetti problematici, ma mi chiede di non fare il suo nome perché il tema della disabilità a scuola è controverso e le persone e le sensibilità che coinvolge sono tante e diverse.

Con i due ragazzi che ha seguito quest’anno, entrambi con una diagnosi di ritardo mentale lieve, ha passato sedici ore a settimana. Per altre sei erano seguiti da un secondo docente. “Prima di incontrarli come sempre ho studiato le carte. Ho letto la diagnosi funzionale, il documento della neuropsichiatria infantile che dà il quadro completo delle funzionalità. È un’équipe di logopedisti, psicologi, neuropsichiatri che la elabora. E poi ho letto gli altri documenti: cosa hanno fatto gli anni precedenti, la programmazione individualizzata, i verbali dei consigli di classe, il PDF”. Cioè? “Il profilo dinamico funzionale. È un documento che riassume la diagnosi funzionale, con la valutazione degli aspetti cognitivi, motori, affettivo-relazionali, e le competenze in ciascuna materia. Viene redatto dall’équipe scolastica: lo psicologo, che è il referente per la neuropsichiatria, la famiglia, gli insegnanti di sostegno e quelli curricolari. È aggiornato in entrata e in uscita”, ovvero all’inizio e alla fine di ogni ciclo scolastico. Ma viene effettivamente redatto dall’équipe scolastica? “Sì… insomma, è l’insegnante di sostegno che lo coordina, è una sua competenza. Lo compila dopo aver conosciuto l’allievo, anche sulla base dei propri dati osservativi, ma se ha dei dubbi può sempre parlare con lo psicologo”.

E dopo, come ci si muove? “Entro dicembre il docente deve fare il PEI, il programma educativo individualizzato, che riassume i dati dell’alunno, le condizioni di partenza e gli obiettivi che ci poniamo, i metodi, gli strumenti. Anche questo in teoria è un documento collegiale, ma in genere è fatto dall’insegnante di sostegno, magari in accordo con il docente curricolare a partire dal programma che svolgerà in classe”.

A stimare quante ore sono necessarie per ogni ragazzo – mi spiega Francesca – è la scuola. A decidere quante gliene spettano, l’Ufficio scolastico provinciale, l’ex provveditorato: l’Ufficio scolastico accorda un numero complessivo di ore che poi il dirigente scolastico ridistribuisce fra gli studenti. Il provveditorato – mi dice – valuta le diagnosi dei ragazzi e decide quante ore accordare alla scuola. Che spesso, secondo lei, ne chiede più del necessario: “Questo è il problema del sostegno: vengono chieste tante ore per tutti, e non si fanno domande ponderate per chi ne ha bisogno davvero. Se vedi i miei alunni non diresti che sono disabili, perché la definizione di disabilità è una menomazione fisica o psichica. Di fatto questi ragazzi hanno delle difficoltà ma non possiamo dire che abbiano una menomazione. Però hanno spesso le stesse ore di sostegno di un ragazzo in sedia a rotelle o magari con difficoltà a comunicare. I colleghi fanno un ragionamento circoscritto al ragazzo: è ovvio che più ore ha, più può avere l’insegnante di sostegno a fianco, ma la copertina è stretta, è una sola per tutti e bisogna usare un po’ di buon senso, non semplicemente coprire dei posti di lavoro. È una mia personale opinione, ma secondo me si tende a chiedere le ore in modo da poter fare delle belle cattedre: ho due docenti con un contratto da diciotto ore? Allora a questo ragazzo diamo tot ore a quello tot, così copriamo entrambi i posti. È ovvio che si fanno questi conti. Ma poi al provveditorato guardano le diagnosi funzionali e infatti quasi sempre concedono meno ore di quelle richieste”.

«Ungaretti? No, no, è dislessico…»

Il dubbio, però, è che le ore di sostegno vengano ridotte perché  la priorità è contenere i costi. “Secondo me – risponde Francesca – è una falsa credenza. È facile dire: chiediamo le ore, il provveditorato non ce le dà e questi disgraziati restano senza sostegno. È un ragionamento semplicistico, ignorante. Il problema è che i docenti chiedono tante ore per tutti. Te l’ho detto, su diciotto studenti che ho avuto, solo una era disabile nel vero senso del termine. Una su diciotto. Gli altri erano tutti ritardi lievi, non vere e proprie disabilità, e infatti per la maggior parte con la terza media gli è stata tolta la 104. Anche perché lo psicologo sapeva che dal 2006 non avrebbero passato la visita della commissione medico legale.”

I problemi, però, secondo Francesca stanno a monte. Prima della distribuzione delle ore, prima delle economie del provveditorato o delle richieste della scuola, è la definizione di disabile a essere critica: i suoi ragazzi hanno sì delle difficoltà, delle lentezze nell’apprendimento, mi dice, ma certificarli e farli seguire da un insegnante di sostegno non facilita la loro inclusione. Che poi sarebbe il principio che ispira le leggi e la tradizione italiana dell’integrazione scolastica. “I bambini che hanno una disabilità molto lieve – mi spiega – capiscono benissimo la situazione e capiscono benissimo che io sono l’insegnante di sostegno e la vivono malissimo. Sono fortemente penalizzati. Purtroppo il discorso del sostegno è un po’ controverso, nei casi lievi è quasi dannoso. E per fortuna tanti psicologi con cui ho lavorato lo dicono: per il ragazzo, per la sua autostima, è pessima questa etichetta. Io, per esempio, sono leggermente dislessica: sarebbe stata la mia rovina farmi certificare, perché vedo come funziona: ah, è dislessico, i solidi di rotazione non glieli facciamo fare… Pitagora no, perché è dislessico. Ungaretti? No, no, è dislessico… Alla fine è meglio soffrire un poco le proprie difficoltà…”.

Il rischio di creare il malato

E i genitori, secondo Francesca, come vivono questo percorso? “È difficile per un genitore andare alla neuropsichiatria, è pesantissimo sia per la famiglia che per il bambino. Il bambino vede bene che è un ospedale, che ci sono i medici, le visite… Ma dopo gli esami e il colloquio di restituzione con la psicologa, che comunica la diagnosi e il grado di disabilità valutato, il genitore è comunque libero di non far partire la certificazione. La famiglia non è obbligata a certificare un bambino, nemmeno dopo gli accertamenti. Però, una volta che hanno fatto tutto, dopo lo scoglio iniziale, cominciano a vedere anche i vantaggi che la 104 assicura. Perché la 104 è comunque un canale: oltre all’insegnante di sostegno, ci sono i soldini per l’accompagnamento, niente bollo…”

Ma il marchio di disabile, secondo Francesca, resta. E il rischio è che certificare la malattia crei il malato, impedendo a chi ha difficoltà non gravissime di trovare le proprie strategie, la propria strada. “Ora vanno di moda i DSA, per esempio: dislessia, disgrafia, discalculia”. La difficoltà certificata a scrivere, leggere e contare non dà diritto all’insegnante di sostegno, ma dal 2010 permette di utilizzare strumenti compensativi e dispensativi come la calcolatrice o il computer per la sintesi vocale. Questi strumenti – dice Francesca – sono indispensabili nei casi gravi, “ma è un attimo che li facciamo usare anche al ragazzo che ha difficoltà più lievi e potrebbe farne a meno” precludendogli uno sviluppo autonomo: “Una volta questi bambini erano chiamati somari, ora sono DSA. E mentre un somaro magari era bocciato tre volte ma alla fine poteva trovare le sue strategie per studiare e prendere un diploma, il DSA non so se riuscirà a seguire un percorso normale. Forse erano meglio somari. Ci racconteremo fra dieci anni come è andata per loro”.

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